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  • Orpheus. (Scrivere)

    "Orpheus"
    (Igor Stravinsky)

    "Il mestiere di scrivere è la capacità di far dire al lettore: L'avrei detto anch'io, ma non sono riuscito a essere così bambino."
    (Orhan Pamuk, "Altri colori")

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    Scrivo da quando ero bambina, ed esattamente dalla sera in cui mio padre tornò da un viaggio con due regali per me: un disco di Stravinsky e un diario senza righe. O almeno così ricordo.
    Vedo ancora - distintamente - il colore esatto del pescheto sul quale si apriva la finestra della stanza in cui eravamo quando ho sfogliato per la prima volta quelle pagine pulite.

    A scuola, la maestra ci insegnava a non superare i bordi, a stare nelle righe senza mai uscire dai margini. Non sapeva che a casa mia c'era un teppista, uno che aveva fatto saltare le righe con un dono.

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    La prima cosa che mi ha colpito, appena ho cominciato a intuire dove finiva il nostro giardino e dove cominciava la prateria, è stata l'assenza di sentieri nell'erba alta.
    Camminare dentro quel verdegiallo che mi arrivava alle spalle, e cominciare a scrivere qualcosa - senza mai sapere esattamente cosa - su un foglio senza righe, mi procurava un piacere, una lietezza febbrile, preferibile a tutto.

    Questo piacere è cresciuto in me fino a farmi sentire invasa da molti destini.

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    C'erano nella mia mente un'infinità di giocattoli, erano le storie che ascoltavo e assorbivo, i semplici dialoghi degli adulti, oppure le conversazioni nei portoni, e quello che cominciavo a scegliere di leggere chiudendomi a chiave dentro una stanza o portandomi appresso un libro illustrato, nel mare d'erba che ondeggiava dietro la diga del sambuco.

    Da allora, quando vedo un sambuco fiorito mi prende un'eccitazione infantile. Mi viene voglia di andarmi a stendere sulla nuda terra e disertare tutti gli appuntamenti, non arrivare più dove sono attesa.

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    Spesso veniva a farci visita mio nonno paterno, restavo per ore sotto il pergolato a pulire baccelli di piselli ascoltandolo raccontare.

    A differenza della nonna materna, Melina, che non sapendo leggere né scrivere mi ha ripetuto per tutta la vita le storie del focolare - così come le ricorda, si capisce, passandole ogni volta al montaggio - lui mi parlava di fatti veri o verosimili che erano accaduti tanto tempo prima. Fatti avvolti da una nebbia indaco che mi veniva incontro attraverso le sue parole.

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    In comune, quelle favole e quei fatti, avevano un che di misterioso, come la prateria e i fogli senza righe. Forse perché non si riusciva mai a capire cosa determinasse cosa, il perché dell'ape vicino al rampicante lilla, il perché di un transatlantico affondato proprio come il fantasma della mia bisnonna aveva anticipato a suo figlio durante una chiacchierata impossibile.

    Spesso i miei narratori involontari dimenticavano la mia età, smettevano di vedermi, e parlavano a se stessi o agli spiriti. Allora i mondi nascosti dietro quei cancelli umani si spalancavano di colpo e mi si sversavano dentro, intensi, come pioggia attraverso una grondaia.

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    Ognuno aveva dei segreti, e quei segreti erano l'indizio e la cartografia delle loro vite interiori. Mettendo insieme la rotta indicata da quelle vite invisibili e ininfluenti ho cominciato a fare la cosa che mi collega alla mia e che mi rende felice, libera di vagabondare e più viva: scrivere.

    Lavoro sulla mia pagina ogni giorno, così come ci si deve addormentare ogni giorno, mi è necessario, e quando perdo un giorno di scrittura comincio a sentirmi male, divento un'ombra, comincio ad agitarmi, soffro. I giorni peggiori sono quelli senza pagine, allora sono senza speranza, resto chiusa fuori dai mondi che creo e alimento e m'incazzo.
    Quando tutto sembra perduto e la vita è troppo dura e non riesco a tornare dentro la mia pagina, penso al disco che mio padre mi regalò insieme ai fogli senza righe.
    Igor Stravinsky, Orpheus.

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    Cerco quella musica attraverso gli auricolari, ovunque io sia e qualunque cosa io stia facendo, Orpheus attenua sensibilmente la distanza tra me e il momento in cui potrò tornare alla mia scrivania e finalmente virare.
    Le favole mi hanno insegnato a virare, poi sono venuti i racconti e quindi i romanzi.

    Quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Afra, avevo ventisei anni e mi ero ritirata dal mondo, pur facendone parte. Vivevo in un piccolo appartamento confinante con un vecchio cinema di quartiere ora chiuso che d'estate funzionava come arena.
    Avevo preso in affitto quell'appartamento soltanto per sentire i dialoghi dei film filtrare attraverso il pozzo luce dove stendevo il bucato, dialoghi che arrivavano verso sera insieme al suono della pioggia o delle rondini.

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    Vivevo con un gatto e lavoravo ai capitoli principalmente di notte, mentre di giorno venivo mangiata dalla balena e restavo nello stomaco delle redazioni di provincia, dietro le quinte dei teatri, nei posti dove mi spedivo a intervistare qualcuno che mi rapiva per una manciata di minuti o mai.

    Spesso, quando la sveglia del mattino cominciava a suonare, io ero ancora seduta a scrivere; mi facevo una doccia, preparavo il caffè e poi uscivo senza aver dormito. In queste condizioni ho scritto tutti i miei libri, tutti i miei racconti, tutti i miei post, tutte le mie lettere d'amore dall'ignoto destinatario, o forse dall'ignoto mittente.

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    Ed è così che sto finendo di scrivere un altro romanzo, senza pensare alle conseguenze. Senza preoccuparmi di niente, senza pensare a ciò che potrei farne quando sarà finito. Non ha importanza. Tutto è diventato semplice, e questo provoca in me una certa tenerezza. Per la vita, per la mia specie.

    Perché scrivo romanzi? Perché mi prendo questo disturbo? A chi importa, a che serve? Queste domande mi rivelano più di un segreto sulla condizione umana. Forse scrivere è il momento più radicale della mia vita, forse per questo ho sempre dato molta importanza alle lettere ricevute, le confessioni intime di quanti alimentano la convinzione di non poter dire qualcosa altrimenti.

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    A un certo punto, dentro le parole, si è individui, fuori dall'ipnosi del reale. Perciò nella scrittura c'è la morte, la morte rende possibile la fatica di scrivere un romanzo. Non altro.
    La morte e l'amore rendono possibile questa disobbedienza, questa lunga partita senza punteggio, senza scopo e che non salva proprio da niente, non esclude niente.

    Una volta questo pensiero mi tormentava, ero più giovane e la rabbia mi rendeva spavalda, ora è malinconia, consapevolezza. Tutto il resto fa parte di un mestiere artigianale e mal retribuito, come ce ne sono tanti, fomentati probabilmente dalle stesse domande, una disciplinata ossessione.

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    Tuttavia, non riesco a smettere di credere che nel mestiere di scrivere si verifichi una calamità umana. Infinita e frammentaria come il mondo che la esprime, un mondo altrimenti invisibile e oscuro, irraggiungibile.
    Durante il giorno, tutti ne avvertono il brusio, come quello di una città, ma senza riuscire a isolarne le voci, c'è troppa furia, troppa vita, bisogna concentrarsi molto.

    Bisogna essere molto vecchi e molto bambini, insieme. Bisogna diventare innocenti, appena nati e quasi morti. Senza sentieri, senza righe.

    luisaruggio@libero.it

    (Orpheus, Stravinsky)

  • Didi.

    alla mia Didi

    "C'è un momento indistinto che chiamano anàstole, con il quale tutto ricomincia perché il cerchio si chiude e si riapre immediatamente."
    (Antonio Tabucchi, "Si sta facendo sempre più tardi")

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    Io ho un ricordo.
    Una mattina, nel cortile del liceo, ho cominciato a correre. Credo che il diametro dei viali si fosse improvvisamente slargato perché temevo che non avrei fatto in tempo.
    Ho raggiunto correndo una piccola clinica nascosta nel mio quartiere preferito, circondato da file irregolari di oleandri e glicini morbidi come palpebre.

    Lungo la strada ho urtato una donna, la busta della spesa le è caduta di mano e molte mele rosse sono scivolate lungo il marciapiede, tra i petali portati dal vento. Non potevo fermarmi, tu stavi nascendo.

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    Ho attraversato molti isolati, senza mai fermarmi a riprendere fiato, con uno zaino sulle spalle. Nello zaino c'era soltanto il mio diario - gonfio di disegni, ritagli di giornale, appunti, piume di uccello e altri ridicoli indizi - e un romanzo di Milan Kundera.

    Ora quella copia, esattamente quella, la mia, è sul tuo comodino, me l'hai chiesta in prestito qualche tempo fa, come fai quando vieni a trovarmi e ti lasci frastornare dai miei scaffali pieni di libri in cerca di qualcosa che ti parli a bassa voce. Ti piace la mia collezione di solitudini, di nostalgie. Tutti quei tentativi di dire qualcosa che non si lascia dire, ma solo sentire.

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    Quella mattina, diciotto anni fa, dopo aver corso fino a farmi pulsare la milza, ho spalancato la porta di una stanza e ti ho vista per la prima volta. Eri tu, Didi. Eri nata.
    Ti avevo atteso per tutto l'inverno e ora te ne stavi accanto a nostra madre, lei batteva i denti per via del freddo panico di essere stata l'unico dio possibile per nove mesi di fila sfrecciati nel travaglio.

    All'inizio ci avevano detto che dentro di lei eravate in due. La notte, quando tu eri la sua cupola, il suo mappamondo di carne, restavamo sveglie a infornare focacce al sale grosso e guardavamo vecchi film. Pellicole trasmesse nei palinsesti arrangiati da qualche addetto alla messa in onda - involontaria misericordia - fino all'alba.

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    Io avevo sedici anni e non sopportavo più di tanto la tenerezza, forse perché sapevo che avrebbe finito col fare di me quello che sono: un messaggero. Cadere dentro la grazia richiedeva un amore troppo forte, o più semplicemente un amore che non avevo mai provato.

    Preferivo aspettare i tramonti urlando certe canzoni sui tetti. Sono peggio in quello che faccio meglio, dicevano quelle canzoni, e per questo dono mi sento benedetto, dicevano.
    Andavo a guardare i treni in partenza dalla stazione centrale, treni pieni di gente che non voleva saperne di andarsene.

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    Io invece non vedevo l'ora di lasciare questa città, la sua bellezza subita come una punizione, la trama che stava intrecciando per me, il suo incantesimo di pietra chiara che ti trasforma in rampicante, gelsomino, trifoglio, ombra, spaventapasseri.

    Poi ho imparato a trasalire ascoltando il tuo ritmo, parallelo a quello della città che non nomino mai, un ritmo che scandivi dentro nostra madre. Tu mi nuotavi incontro come un'asteroide ignoto vaga nelle galassie e precipita addosso a un pianeta per frantumare i secoli e generare qualcosa di nuovo. Qualunque cosa. Ogni mondo.

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    All'epoca vivevamo in una grande casa di maioliche verdazzurre, su ogni mattonella era dipinto un fiore giallo simile alle fresie che nostra nonna si ostinava a sistemare in un bicchiere, accanto allo specchio che rifletteva il suo volto ormai vecchio.

    Vi siete date il cambio, un giorno sono tornata a casa e ho visto la sua vestaglia color minestrone abbandonata sul letto, il suo pettine, la sua spilla.

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    Sapevo che non sarebbe mai uscita senza appuntarsi quella spilla sul vestito, e ho capito che non l'avrei più rivista. Era primavera, mi sono aggrappata forte alla ringhiera del balcone affacciato sul verde tenero della villa comunale, ho stretto il ferro fino a vedere il bianco delle nocche, simile a quello del sole quando abbaglia.

    Trovo che tu le somigli, hai quel piglio, quella compostezza, quella diffidenza un po' felina e piena di slanci inattesi. L'ho capito la prima volta che mi hai guardato negli occhi, nella stanza di quella clinica, quando ho aperto la porta. Avevi un'ora di vita, l'ora più potente che io abbia mai sentito.

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    Un'ora come musica, Didi. Un'armonia perfetta, piena di meraviglia e possibilità, un senso di vertigine, di assorbimento: tutte le cose si erano di colpo rivelate, si lasciavano vedere e persino capire. Quel giorno ho scritto la mia prima parola viva, nell'aria, fremeva nella destra come un miocardio impazzito, un fuoco inestinguibile, ed era il tuo nome di sei lettere.

    D e n i s e.
    Eri così piccola, con mani minuscole che dirigevano sinfonie impossibili nell'aria, che ti prendevamo in giro nel dialetto di nostra madre: C'appor c' cresc, Denì. Chissà quando crescerai, Denise.

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    Il mio cantico segreto, la mia preghiera, il mio giorno del ringraziamento.
    Dopo ho visto tantissimi sguardi, tantissimi posti, ho letto milioni pagine, milioni di cuori, ma niente è stato come il tuo sguardo in quella stanza.

    Il giorno in cui sei nata, ho avuto sedici anni per l'ultima volta. E' stato in quel momento che ho chiuso gli occhi, ho aperto le braccia e mi sono lasciata cadere.
    Nella grazia.

    luisaruggio@libero.it

    ("Inno alla gioia", Ludwig Van Beethoven)

  • Desidera?

    "It Had To Be You"
    (Billie Holiday)

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    Ero in anticipo, mancavano un paio d'ore al prossimo treno, il tabellone delle partenze si rimodulava producendo un bel rullo di tessere, mi ricordava il suono delle fishes su un enorme tavolo da gioco. Decisi di gironzolare un po' nella vecchia stazione, una solida balena gigante che lasciava filtrare la luce dorata del primo pomeriggio.

    La libreria era aperta e cominciai col dare un'occhiata agli scaffali, c'erano troppi libri che desideravo leggere. Può una persona convivere così, con un desiderio del genere?
    Sì, può, ed è proprio questo il problema. Imboccai l'uscita sul retro e trascinai la mia valigia fino al bar, spifferi di vento freddo facevano volare via gli scontrini lasciati sul bancone dai viaggiatori di passaggio.
    Guardai verso un punto imprecisato in mezzo al viavai e davanti ai miei occhi l'aria si rimodulò, proprio come il tabellone delle partenze, ma queste tessere potevo vederle soltanto io.

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    Ero sola insieme alla mia visione. Mi era venuto in mente un quadro che avevo visto in una galleria di New York, non ricordavo più il nome del pittore però, né quello dell'opera. Raffigurava una strada di notte, all'incrocio di un vecchio palazzo di arenaria, le vetrine dei bar accese come braci irradiavano una bella luce calda nelle pozzanghere.

    Ero rimasta a fissarlo a lungo, da tutte le angolazioni, cercando di immaginare come sarebbe stato camminarci dentro, attraversare quella strada, entrare in quel locale e magari ordinare qualcosa da bere ascoltando un po' di musica. Avevo attraversato l'Oceano in cerca dei quadri di Hopper, e avevo trovato le atmosfere cupe e autunnali di uno sconosciuto. Non avevo mai letto niente sul suo conto e pensavo che ci doveva essere molta gente in gamba, chissà dove, nel mondo, che aspettava soltanto un mio sguardo.

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    Qualcuno mi tirò per la manica, portandomi fuori dalla mia visione. Era una vecchia signora, indossava un cappotto troppo grande che la faceva sembrare una stufa di ghisa. Stringeva un sacchetto di plasticaccia pieno d'acqua, sul fondo c'erano delle monetine di rame, mi fece segno di dargliene delle altre e mi frugai le tasche per cercarne. Ne trovai soltanto tre e feci per dargliele, ma proprio in quel momento una ragazza giapponese che correva verso un treno in partenza mi urtò.

    Le monetine volarono via al rallentatore, ma nessuno se ne accorse. Non caddero, finirono a stagnare insieme alle altre nel sacchetto della vecchia, non so come.
    - E' acqua piovana, - mi disse.
    - Come, scusi? -
    - Non faccia la vaga, ha capito benissimo. -
    In effetti, avevo capito.

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    Feci per andarmene, avevo voglia di mangiare qualcosa e bere un tè bollente, c'era un mucchio di gente accalcata nei bar e mi guardai intorno in cerca di un posto tranquillo. Ma la vecchia mi fermò, stavolta senza tirarmi per la manica, disse soltanto:
    - Se vuoi, posso farti parlare con Yul.

    Dal sibilo che uscì dalla mia bocca, dovette accorgersi che mi era scappato un punto esclamativo, galleggiava nell'aria intorno a me adesso, ormai vagabondo. Quando ero bambina avevo un amico immaginario, si chiamava Yul - gli avevo dato io questo nome - e sapeva riparare i meccanismi, per l'esattezza era specializzato in grammofoni e in baci mai dati.

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    Qualche volta la maestra mi sgridava perché durante la ricreazione non andavo a giocare con gli altri bambini. "Non startene lì tutta sola," mi diceva, ma io non ero mai sola, c'era Yul con me, ed era il più divertente, era un professionista. Di qualche anno più grande di me, si trattava di un ragazzo, un giorno sarei cresciuta e lo avrei baciato. Questo bacio accadeva spesso nei miei sogni a occhi aperti.

    In quei sogni, io e Yul eravamo in un quartiere in riva all'Oceano, il vecchio quartiere arrugginito dove finivano i baci mai dati e gli amori immaginari perduti, con un luna park fuori uso, saloon western, un cinema minuscolo, un caffeuccio, un negozio di giocattoli a manovella e la sua bottega piena zeppa di meccanismi da riparare e sembianti del cuore umano, molti dei quali difficili da riconoscere.

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    Pettinini, pattini a rotelle, scatole di fiammiferi, cappelli sgualciti, tazze sbeccate; c'era davvero di tutto lì dentro e soprattutto barattoli pieni di baci mai dati, Yul se ne prendeva cura. Lo ricordo ancora perfettamente il suo nome pronunciato da quella vecchia, come faceva a sapere di lui?

    Le ragioni che spingono un individuo a provare un affetto reale per il suo amico immaginario possono essere diverse, ma comunque sono sfumature in confronto alla veridicità di certi sogni. Gli amici immaginari esistono, ed esistono un certo tipo di persone che hanno la fortuna di sentire che non si tratta di una metafora. D'altra parte, il mondo si divide in due grandi categorie: quelli che hanno bisogno a tutti i costi di spiegazioni e quelli che non ne hanno bisogno. Questi ultimi sanno come si ascolta una storia: senza interrompere.

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    Naturalmente, non ho mai parlato a nessuno del mio amico immaginario, né avrei mai potuto descrivere il nostro quartiere in riva all'Oceano, piccolo e lucente sotto un cielo zafferano.
    - Anche Yul vuole rivederti, - mi incalzò la vecchia, mi voltai a guardala mentre i passeggeri sciamavano intorno a noi, in cerca ognuno del proprio treno.
    - Ma allora non è sparito? - chiesi, la vecchia ridacchiò e si accese una piccola pipa dal cui fornello salì un sottile ricciolo di fumo azzurrognolo.

    - Lui mi ha fatto la stessa domanda, in tutti questi anni credeva che tu fossi sparita. -
    Sparita, io? Be', era trascorso un po' di tempo dall'ultima volta che avevamo giocato insieme, ma di tanto in tanto, nel bel mezzo di una conversazione, durante una passeggiata, nei dormiveglia, Yul mi ha portato via, nel nostro quartiere, tra i baci mai dati.

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    La vecchia mi fece segno di seguirla attraverso cunicoli di persone in arrivo e in partenza, voci, odori. Prese la scala mobile, scese giù e nel seminterrato svoltò per i bagni pubblici dove la gente era in fila davanti alle porte automatiche. C'erano tre porte, la terza però era fuori uso e lei si avvicinò proprio a quella, ripescò le tre monetine che le avevo dato dal sacchetto di acqua piovana e le inserì nel cursore rotto.

    Subito le porte si azionarono e ci lasciarono passare, una signora dai capelli stinti si mise a borbottare contro di noi - "Furbe, quelle" - ma la vecchia sembrò non farci caso.
    Tirò dritto fino allo sgabuzzino, proprio in fondo a un corridoio pieno di scritte scurrili, disegnini e numeri di telefono di improbabili femmine fatali. Aprì la porta e mi fece cenno di entrare per prima in quel groviglio buio, pieno di ramazze e detersivi. Mi spinse dentro e chiuse la porta, ero al buio.

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    Ho sempre avuto paura del buio e afferrai subito la maniglia, volevo uscire da lì al più presto. Nonostante i miei timori, la vecchia non mi aveva chiuso dentro, tant'è che la porta si aprì, ma i bagni pubblici della stazione erano spariti. Al loro posto slargava il lungomare bordato dai saloon western, un caffeuccio, il negozio dei giocattoli a manovella e la bottega di Yul, piena di grammofoni, meccanismi inceppati, baci mai dati e amori immaginari.

    Quello era il nostro quartiere in riva all'Oceano, piccolo e lucente sotto un cielo zafferano. E c'era un elemento nuovo, si trattava di un palazzo di arenaria, con le luci accese che si riflettevano nelle pozzanghere, proprio lo stesso del quadro che avevo visto in quella galleria di New York. Improvvisamente mi ricordai il nome dell'opera e del suo autore. Charles Burchfield, Rainy night, 1930.

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    Yul doveva essere lì dentro, nell'aria si sentiva la voce di Billie Holiday cantare It had to be you. Da bambina mi interrogavo spesso sul significato di quella canzone. Dovevi essere tu, diceva, dovevi essere tu. E poi un giorno, di colpo, avevo capito.
    "Ecco cosa significa diventare grandi," mi ero detta, "tutto qui".
    Seguii la musica, passai accanto alla bottega dei grammofoni e mi avvicinai al palazzo di arenaria del quadro, il mare era calmo, ma si sentiva ugualmente il suono dell'acqua, minuscole onde lente lambivano il bagnasciuga e poi si ritiravano lasciando una scia d'oro sulla sabbia.

    Entrai nel locale e Yul era lì, mi dava le spalle, in piedi dietro il bancone dei liquori, vidi i suoi occhi sorridermi attraverso lo specchio.

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    Sugli scaffali, al posto delle bottiglie, c'erano tanti barattoli e ognuno conteneva un bacio mai dato.
    - E' stato bello, - disse voltandosi.
    - Che cosa? -
    - Il bacio che non mi hai mai dato, è stato bello, -
    Billie Holiday continuava a cantare quella canzone, era un vinile, girava su uno di quei grammofoni che Yul era riuscito a far funzionare.

    - Dovevi essere tu, - mormorai avvicinandomi al bancone.
    - Già, - disse - lo hai capito quando hai visto quel quadro a New York, vero? -
    Annuii, lui si mise a lucidare un barattolo, con molta delicatezza, i baci mai dati sono fragilissimi, svaporano con niente.

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    - Guarda quanti, - disse Yul - li colleziono da anni, e vengono tutti dal tuo mondo. -
    Chissà a chi erano appartenuti, chi li aveva desiderati, sognati, smarriti.
    - In tutto questo tempo, ho cercato di non perderne nemmeno uno, - feci io.
    - Ma è accaduto anche a te, - disse Yul - era inevitabile. Ne hai persi tre, guarda. -
    Mi indicò tre barattoli pieni di acqua piovana, proprio come quella del sacchetto di plasticaccia in cui la vecchia teneva le monetine.

    Acqua piovana, dunque era quella la forma dei baci mai dati. Guardai attentamente, fino a vedere i tre desideri, tre momenti precisi della mia vita. Il primo riguardava Yul, il secondo era un segreto, il terzo riguardava uno sconosciuto.
    - Quest'ultimo, - disse - guardarlo bene, - ed io lo guardai. Era un bacio stupendo, in effetti, un bacio sotto la pioggia battente, sottilissima.

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    Mi misi a sedere su uno sgabello alto, coi gomiti sul bancone tirato a lucido.
    - Forse dovresti visitarmi, Yul, - gli dissi - forse mi si è inceppato qualcosa, -
    - C'è solo un modo per scoprirlo, -
    - Ne sei proprio sicuro? -
    - In effetti i modi sarebbero tre, ma essendoci io qui farò a modo mio, - quindi oltrepassò il bancone, mi prese il viso tra le mani e mi baciò.

    Fuori cominciò a piovere, l'acqua di uno dei barattoli si prosciugò tutta, le minuscole onde lì fuori restarono sospese a metà, la musica si fermò. Chiusi gli occhi per un lunghissimo istante.

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    Quando li riaprii ero vicino al binario numero tre, una ragazza giapponese si era voltata per chiedermi scusa, urtandomi aveva fatto volare via le monetine che stavo per dare a una vecchia, ora erano sparse tra centinaia di piedi in movimento.
    Le raccolsi e cercai la vecchia lì intorno, ma era sparita.
    Mancavano ancora due ore al mio treno, vidi un posticino meno affollato e trascinai la mia valigia fino a lì.

    Dlindlon fece la porta quando entrai, mi avvicinai al bancone, c'era un ragazzo intento ad asciugare i bicchieri, aspettando le ordinazioni ascoltava una stazione radio che trasmetteva una vecchia canzone - It had to be you, cantava Billie Holiday, dovevi essere tu... - lasciò lo strofinaccio e si rivolse a me sorridendo:
    - Desidera?


    (Billie Holiday, "It Had to be you")

    luisaruggio@libero.it

  • Un momento ancora.

    "Orchard House"
    (Little Woman Soundtrack, Thomas Newman)

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    Era dicembre. Fili di lampadine colorate diluivano albori pastello nella nebbia della sera.
    La piana si stendeva davanti alle case raccolte intorno alla scuola che faceva angolo con la vecchia merceria e la bottega del droghiere; caselle scarabocchiate coi gessetti colorati servivano a saltare su una gamba sola giocando a campana.

    Si avanzava così, con le tasche piene di pigne e carte di caramelle alla frutta, verso i minuscoli condomini color cannella e i giardini d'inverno, bordati da cancellate in ferro battuto; sui piccoli portoni erano appese le corone d'avvento. Era un posticino antiquato, come il paralume di calicò che faceva capolino nel nostro corridoio.

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    Cornelia la gatta gestiva i nascondigli della zona est, prendevo una scorciatoia per non disturbarla, passavo vicino al ponticello sotto il quale scorreva un rigagnolo asciutto, fatto perlopiù di foglie gialle e rosse e nidi di rondini sospesi a metri di altezza, tra i rami e le grondaie, come asterischi.

    Correndo verso casa potevo scorgere la luce dell'albero di Natale, bianco come una meridiana, contro le portefinestre del salotto. Viste dal viale dei salici, quelle stanze sembravano aver assorbito tutto il tepore dei fuochi accesi nei camini del circondario.

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    Di tanto in tanto, lungo il viale, passava a sgolarsi l'omino della legna oppure l'arrotino.
    Noi non avevamo un camino, ma in compenso c'erano lampade da campo accese sotto il tavolo della cucina per certi safari privati e ghirlande di luci a forma di campanella che pendevano anche sui rami del pescheto, brillando a intermittenza fino a notte fonda.

    Sui vetri appannati della finestra avevo scritto tutti i nostri nomi - LUisA, cArmELa, MamMA, PApà, COcCa, nOnNi, Jo mArcH ("Certo che possiamo invitarla per la vigilia! Te lo dico io!") - e fu attraverso quel subbuglio di vocali e consonanti in corsivo e in stampatello che vidi per la prima volta la neve.

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    Lieve filtrava, attraverso la linea ardente che formavano i nostri nomi, in giardino se ne era accumulata abbastanza da farne pupazzi perfetti nella loro bruttezza. Sul vetro si erano formati sottili merletti di ghiaccio, simili a quelli disegnati nel piccolo libro de La Regina delle Nevi che aveva lasciato il posto a Piccole donne sotto il mio cuscino.

    Indossavo lo scaldacuore del corso propedeudico, per darmi un tono, sulla camicia da notte di flanella. La sera prima ero stata su un palcoscenico vero, in città, perché avevo un ruolo ne La bottega fantastica.

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    Come tutte le altre bambine del mio corso di danza, avevo avuto il permesso di truccarmi e di usare la lacca per capelli extra forte. Perciò la neve mi colse impreparata, col rossetto sulle guance e la frangetta dritta sulla fronte come i ciuffi di Willy il Coyote quando prendeva la scossa inseguendo quel maledetto beep beep.

    La neve illuminava quella silenziosa mattina invernale, la guardai venire giù lentamente pensando a tutte le valli innevate che avevo visto soltanto nel mio sussidiario. Quando gli sbuffi di vapore cominciarono a riempire la cucina e la caffettiera fu caricata una seconda volta, attraversai il corridoio per vedere cosa succedeva di là.

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    Mia nonna e mia madre stavano stendendo la faldacchiera nei pesci di pasta di mandorla e si passavano una forchetta arroventata per segnare la linea immaginaria delle branchie e delle lische, un morbido avorio che si scioglieva in bocca. Mentre farcivano, continuavano a dirsi - con un certo entusiasmo - che la loro ricetta era meglio di quella delle monache, ogni tanto ne assaggiavano un pezzetto, poi si facevano vento con le mani e quel gesto era una recensione positiva, spasmodica.

    Mia sorella era avvolta in una vestaglia troppo grande per lei e guardava i biscotti a mollo nel suo caffellatte; con le mani minuscole smarrite nelle maniche, spalancava gli occhi sbigottita ogni volta che le indicavo la neve oltre la finestra.
    "Che cos'è?" chiedeva, "dimmelo subito!". Oltre alla borsa dell'acqua calda, stringevo il mio cubo di Rubik, un rocchetto di filo magenta e una biglia trovata in una pozzanghera iridescente.

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    La frenesia che animava la veranda, la cucina e il salotto era simile a quella che mi aveva stordito la sera prima nei camerini, dietro le quinte e sul palco del teatro Apollo: c'era un continuo via vai di piatti, vassoi, alzatine per i dolci ai quali fare spazio sul grande tavolo di noce e tra i vecchi lumi delle credenze.

    Sotto l'albero di Natale, c'era ancora la coperta di ciniglia verde bottiglia dove io e mia sorella ci andavamo a stendere, la sera, durante i nostri turni di pattugliamento in attesa di assistere a qualche prodigio. Per tenerci sveglie mangiavamo Smarties e Pan di stelle ascoltando le fiabe sonore da un vecchio mangiadischi a pile. Ma prima di Natale, nelle sere in cui le nostre nonne restavano a dormire da noi, le scrutavamo senza sosta chiedendo a voce alta delle storie.

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    Mentre si mettevano l'un l'altra i bigodini, discutendo con animo, facevamo la nostra cantilena tremenda sedute nella vasca da bagno vuota, oppure in piedi sulla lavatrice durante la centrifuga. Le sfinivamo con metodo finché non cominciavano un discorso nell'unico modo per noi accettabile: "C'era una volta".

    Erano impregnate di strane favole piene di bucati affidati a bambine piccole, lanterne di rame che oscillavano dentro boschi di rape giganti e semi di mela fatati che diventavano qualunque cosa se ci sputavi sopra una parola. Resistevamo al desiderio di chiudere gli occhi per sapere come andavano a finire quei resoconti del fantastico misti ai pezzi delle loro biografie un po' tristi.

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    La mattina della neve, stavano stirando e piegando tovaglie di fiandra parlando tra loro di quel che era successo la sera prima, a teatro, dove erano venute in ghingheri - rispolverando persino una parrucca - per vedermi fare la bella statuina.
    Si raccontavano il fatto mischiando i loro due dialetti, il napoletano e il fasanese, credendomi ancora incapace di decifrarli: in uno dei palchi centrali, il padre di un'allieva era morto stroncato da un infarto e la moglie non aveva chiesto aiuto fino alla fine dello spettacolo, così la figlia aveva continuato a danzare credendo che lui la stesse guardando.

    Non capivo cosa fosse un infarto, né cosa significasse morire, ma sussultai come se mi fosse stata rivolta una semplice domanda cui non sapevo rispondere.
    Corsi in giardino e aprii la cancellata, affondando le pantofole nella neve alta là dove era passato mio padre lasciando orme profonde che superavano il cancelletto, giù verso il viale e la piana coperta dal bianco.

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    Lui mi venne incontro col berretto di lana calato fin sugli occhi e una gattina dal pelo fulvo nascosta sotto il cappotto, l'aveva sentita miagolare ed era uscito a cercarla. Senza dare il minimo segno di preoccupazione, lo guardai bene e guardai anche il cielo perlato che sembrava il riflesso del bianco in cui ci eravamo addentrati.
    Qualcosa mi fece ridere, qualcosa che non sapevo essere la felicità.

    Continuai a ridere finché non mi venne il singhiozzo e in quello stato, una volta rientrati in casa, osservai la gatta bere il suo latte da una ciotola e poi addormentarsi sullo scialle di mia nonna.
    La neve scendeva ancora attraverso i nostri nomi scritti sul vetro, lieve e costante. Continuammo a guardarla, per tutto quanto il giorno, senza fare altro, niente di niente, perché a un tratto tutto era vero e volevamo soltanto farlo durare.
    Un momento ancora.

  • Posta al 26.

    Con un po' di fortuna, imparerete anche voi a tenere la rotta orientandovi con le stelle.
    (Raymond Carver)

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    "Dopotutto," ho pensato - guardandomi attraverso lo specchio dell'ascensore - "anche questo fragile istante è un racconto nel racconto. Sparirà insieme a me, come un cerchio nell'acqua".
    Una donna di settantun'anni mi aveva appena salutato, sul pianerottolo del quarto piano, con la sua bianca acconciatura, gli occhi azzurri, una spilla minuscola a forma di lucertola.

    Pioveva da ore ormai, ne traevo un piacere tutto mio, un senso di intimità.
    Forse la pioggia è fatta per i cacciatori di storie, chi lo sa; dopo la scuola - con un tempo simile - me ne andavo ad ascoltare i racconti mormorati dalle donne, in cucina. Anche quel pomeriggio avevo ascoltato dei racconti, nella cucina della signora Anna, la libraia.
    La sua libreria è un po' fuori moda, ma deve restare così, come una soffitta confortevole, uno dei pochissimi luoghi che mi permettono davvero di tornare.

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    Ho abitato in troppe case, ecco una delle principali distanze tra me e la maggior parte di quelli che incontro, mi sembra di conoscere solo i paradisi - e gli inferni - perduti.

    Ho amato più che altro la luce salmone che si rifletteva nei vetri affumicati di una credenza di seconda mano, l'odore di una stufa in un paese senza qualità; il crepuscolo artificiale di una ghirlanda di minuscole luci su un albero di Natale sintetico, il mondo visto dalle finestre di una villa periferica che mi appare - ancora calda - in sogno, l'atmosfera di un'altro appartamento, la profonda concentrazione notturna che riuscivo a raggiungere ascoltando la pioggia picchiettare sulle foglie di un giardino preso in affitto insieme a un bilocale.

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    La storia di quelle stanze è la cartografia metamorfica del mio spirito o di tutte le mie età.
    E' stato così che ho finito col dare troppa importanza alle redazioni dei giornali, alle cabine di montaggio, le camere oscure, le sale cinematografiche, le biblioteche, i luoghi che ho creduto fermi, al riparo da ogni revisione.
    Da bambina subivo i continui traslochi - densi di una poesia violenta - come un principio d'esilio che è diventato l'allenamento di tutta la vita.

    Nel tentativo di sembrare disinvolta ho costruito zone mie, fatte di libri. In fondo, la libreria di Anna confina con quelle zone. Entrando, a destra, c'è sempre il banco dietro il quale lei legge: un'occasione, un dono, come lo sono certe conversazioni simili a scritture.
    Ho sempre immaginato la sua casa come una specie di retrobottega, la continuazione naturale del labirinto di scaffali. Quel pomeriggio, invece, dopo aver bussato alla sua porta, ho scoperto un appartamento dotato di camino, con un intero condominio tutt'intorno.

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    Poco prima di fare visita ad Anna, giù in strada, ero stata presa da un senso di magica sospensione, come quando nottetempo nevica e si resta svegli di proposito a guardare la neve danzare.

    Mi aveva telefonato un amico, Vito, e poco dopo mi aveva raggiunto. "Devo mostrarti una cosa," aveva detto, "dimmi dove sei," aveva detto.
    Gli ero andata incontro con un ombrello, ma lui preferiva bagnarsi. Niente di strano per uno che mi lascia i libri nella cassetta delle lettere, "Posta al 26" avvisa, via sms.
    Pioveva anche la prima volta che (non) l'ho incontrato: eravamo nello stesso teatro, ma andammo via senza riuscire a vederci, separati dalla folla che chiacchierava nel foyer. All'epoca vivevo più tempo sui treni che altrove, tenevo i miei libri sparsi tra due città senza appartenere a nessuna delle due. Lui scriveva versi come si lasciano molliche di pane nel bosco, io li seguivo per ritrovare la strada di casa.

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    Quel pomeriggio sorrideva, e quel sorriso era cominciato diverse sere prima, accanto al fuoco acceso nel camino della sua vecchia casa di campagna.
    Scraceddhra: così si chiama lo spazio intorno alla casa. Questa parola nel nostro dialetto significa - su per giù - piccola spina, o rovo, ma i rovi non li ho mai visti lì intorno, c'è un tempo lento, invece, puntellato di stelle. Dopo il tramonto, il buio tra gli alberi è quasi totale.

    Sessant'anni prima, la madre di Vito, Fedora, si aggirava tra le siepi vestita di frasche sotto il cappotto, si divertiva a spaventare i contadini, così mi disse mentre assaggiavo il pane alle olive che aveva preparato per il giorno di San Martino, incapace di venire meno al desiderio di nutrire.
    Rideva nel raccontarmi quelle storie, riducendo a proporzioni minime il peso degli anni trascorsi. Nella leggerezza del suo sguardo azzurro riconoscevo i segnali di suo figlio, simile a quelli delle lanterne dei pescatori sui mari notturni.

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    Dalla tavola si levavano scrosci di risa improvvisi, misti al suono dello schiaccianoci e del legno che si sfaldava nel fuoco. Io mi figuravo Fedora correre lungo i lievi pendii terragni, sotto nuvole color pesco; la vedevo, era soltanto una ragazza, con la fotografia di uno sconosciuto appuntata nel risvolto della sottana e una fogliolina di menta sotto la lingua.
    Mi raccontò che prima di conoscere il padre di Vito, suo marito, si era fidanzata con un tale per corrispondenza - "Costui aveva un viso bellissimo," - e lo aveva lasciato con un biglietto breve, in rima, che recitò a memoria mentre sbucciava un mandarino.

    Parlammo tutta la sera, nessuno sapeva convincerla a riposarsi un momento, raccontò di quadriglie piuttosto, lievito madre e della volta che alla Scraceddhra arrivò anche una carovana di attori e musicanti.
    Di tanto in tanto guardavo Vito e lui fissava Fedora, o forse guardava attraverso lei, mi rendevo conto che farmela incontrare era uno strano regalo, più o meno come mettere insieme l'aria di molte mattine di Natale, il sapore esatto di una minestra calda mentre i venti ricominciavano a soffiare da nord, trovandoci ancora impreparati.

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    Nella stanza del camino, Vito tiene una pietra impiccata, l'ha appesa tempo fa tra la lavanda secca e i vinili. Mi capita di pensare a quella pietra come a un cuore umano, forse perché tutte le volte che sono tornata in quella casa credevo che il mio si fosse definitivamente spezzato; mi sembrava di avere una crepa sul torace, proprio in alto a sinistra, e un bel foro grande, dai bordi irregolari, buono per la fioritura dei capperi.

    Quando Vito mi fu davanti, dopo essere spuntato dalla pioggia vicino la casa della libraia, aprì un vecchio album di fotografie, lo aveva tenuto sotto la giacca per non sciuparlo.
    Voleva che vedessi il volto di sua madre da ragazza, i lineamenti di suo padre. I suoi occhi sembravano aver assorbito tutta l'acqua che veniva giù, ce ne stavamo lì, sul marciapiede deserto a guardare l'album, ed io non sapevo cosa dire.

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    Senza rendermene conto avevo abbassato l'ombrello e ormai pioveva dentro il mio cappotto.

    La notte prima avevo sognato mio padre, come ogni notte da quando è morto, "Piedi da ballerina," mi diceva contento in quel sogno, ed io gli mostravo un esercizio per principianti imparato durante l'ora di danza che frequentavo a quattro anni.
    All'epoca mi accompagnava in città con una Cinquecento rossa e tornava a prendermi con un libro di favole illustrate nascosto nel cruscotto. Ho immaginato di togliermi gli stivali e far vedere quell'esercizio a Vito, coi piedi nudi nelle pozzanghere.

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    Ore dopo, nella cucina della libraia, mentre assaggiavo un tocchetto di marmellata di mele cotogne, ho sentito la corda tirare intorno alla pietra impiccata, nel tepore di una casa non mia, piena - anzi - dei ricordi di altri.
    Anna mi stava raccontando di suo padre, un vivaista viaggiatore che tornava con le valigie cariche di libri, le prime storie che aveva desiderato leggere e che si erano moltiplicate, poi, in quella libreria di provincia, amniotica come la pancia di una balena.

    Una balena simile a quella in cui si erano ritrovati Geppetto e Pinocchio, proprio quando tutto sembrava perduto. Avevo cercato disperatamente di non pensarci, ma ora la corda strozzava la pietra con strappi continui, sempre più forti.

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    Ho pianto - che altro potevo fare? - tutta l'insopportabile tenerezza, il dolce vapore delle cose, un difetto di struttura, troppo personale, e il continuo precipitare - struggente - di un racconto nell'altro. Per un momento, la libraia è rimasta ad ascoltarmi piangere.
    Fuori continuava a piovere.

    "E così finì la storia," ha detto subito dopo, battendo le mani con improvvisa leggerezza, un po' bambina e un po' fata, nel tentativo di spezzare un qualche incantesimo di tipo umano. Nient'altro che questo.

  • Sirene.

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    Poiché questi linguaggi cifrati sono come le serrature delle casseforti moderne e si difendono nello stesso modo. Le combinazioni di cui sono suscettibili si contano a miliardi, né basterebbe la vita intera di un calcolatore per trovarle tutte. Occorre la parola per aprire la cassaforte; occorre il «numero» per leggere un crittogramma di questo genere.

    (Jules Verne, "La Jangada")

    I'll try Anything Once
    (The Strokes)

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    - E dormirà, e dormirà, e dormirà.
    Così disse l'infermiera del turno serale. Sembrava una dea mulatta, scura e aspra, sapevo che lui l'aveva convinta a giocare a carte nottetempo. Avevo trovato un tovagliolo col punteggio, Giulio contro Maria, lei si chiamava Debora in realtà, ma questo non gli importava dal momento che non sembrava intenzionata a fuggire insieme a lui dentro una storia, al cinema, in biblioteca, su un ultraleggero.

    Guardai il cartello rosso - Vietato l'accesso - fuori dall'ufficio in cui lei era seduta a leggere la cartella clinica di mio padre, l'uomo addormentato nella stanza numero 2. Ogni volta che mi chiedevano la sua tessera sanitaria, mi stupivo che tra le generalità non ci fosse scritto Tigerman. Questo era il suo soprannome, infatti, da quando si era presentato sotto l'egida spirituale di un cartone animato. Naoto Date, un uomo solo. Aveva volato, in solitaria, anche l'ultima volta, per tornare a casa.

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    Dormirà. Forse lo aveva ripetuto tre volte per il mio bene, non poteva lasciarmi delle illusioni. Andavano tolte o avrebbero preso tutto. Si era allenata a lungo per riconoscerle, in mezzo al mare, e circumnavigarle con un bisturi invisibile, attenta a non lasciarsi attrarre dalle correnti umane che si incrociano in una zona oscura delle domande, tra le parole.

    Tre giorni sono lunghi per dormire, era ancora agosto sul calendario degli altri, ma non sul piano infinito, la nostra faglia di tempo, dove tutto appariva di nuovo chiaro, come nei sogni. Dovevo restare sveglia, almeno io; se mi fossi addormentata, lui se ne sarebbe andato. In taxi, come aveva promesso sfottendo il dottore, avrebbe indossato la maschera Tigre sul tight, la stessa di un Carnevale di mille anni fa, quando raccontava di avere un incontro, sul ring, di lì a poche ore. Misteriosa la sua identità/ Chi nasconde quella maschera Tigre?

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    Prima del sonno chimico, si era messo in piedi e aveva tirato pugni - destro sinistro destro - nell'aria. Dovevo restare sveglia, sì. A questo scopo avevo della carta, una penna e un libro che uno sconosciuto mi aveva detto di cercare quando gli confidai che mio padre stava morendo.

    La copertina del libro era un quadro di Paul Klee - Clown - carico di colore rosso. Ogni volta che lo chiudevo, mi immergevo nei miei pensieri e la mia coscienza ritrovava un altro rosso, quello della boa che non si doveva oltrepassare, alla fine dell'estate dei miei sei anni.

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    Nessuno voleva accordarmi il permesso di nuotare fino alla boa rossa, ma io non potevo resistere. A settembre, poi, quella boa era un limite fatale: lì cominciavano le sirene.
    Esseri magnetici, il loro sguardo dritto tirava dentro e portava sotto.
    Quel rosso era ben visibile, sembrava la testa mozza di un annegato, una specie di Oloferne di plastica, a mollo nell'Adriatico trasparente, ormai vuoto.
    La spiaggia tornava solitaria e calma.

    Il vento cancellava le tracce dei vacanzieri sulla sabbia, lo spazio bianco si imponeva come un'evidenza a un tratto allarmante al centro di un discorso. Di colpo arrivavano le nuvole. Per la prima volta, sul lungomare pulito, cominciavo a sentirmi a mio agio. Doveva essere il punto esatto da cui l'anima non sarebbe mai partita, lasciando il corpo andare verso il suo viaggio apparente.
    Non c'erano altri bambini a riva, nessuno mi avrebbe domandato a che cosa stessi giocando e soprattutto con chi.

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    A parte mia madre, che ogni tanto mi dava voce dalla casa di conchiglie dietro le dune e i giunchi, nessuno si sarebbe accorto del mio tentativo. Volevo superare la boa rossa.
    Lo avevo visto fare a mio padre.

    Quando ci raggiungeva, si toglieva la camicia, le espadrillas, e nuotava molto al di là del confine acqueo stabilito; lì si sfilava il costume e restava nudo. Il che non gli fece mai superare l'esame del Circolo Parentale Artico, come lui chiamava la fitta congrega di zie, cugini e nipoti terrorizzati dalla promessa della vita eterna e dal suo modo di fare.
    Di rado si sapeva da dove era tornato, o anche solo cosa fosse il suo folle traguardo.
    La luna, diceva inarcando un sopracciglio e ridendo di sbieco per fare il verso a Clark Gable nei panni del Capitano Butler, un disertore.

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    A differenza di tutti loro, infatti, non riusciva a limitarsi a esistere. Viveva, subito.
    Nessuno glielo avrebbe mai perdonato.
    Ogni volta che cadevo in uno stato di puro sogno, nel bel mezzo del pranzo o di una visita, qualcuno era pronto a rimproverarmi: Non fare come tuo padre. Un incidente di passioni era sottinteso in quel monito, fatto proprio di quei confini invisibili, simili ai bordi di una pagina. Dare scandalo lo entusiasmava.

    Proprio per questo la mia tenerezza per il suo stile dilagava fin quasi al punto - la boa rossa - che mi ricordava ciò che ci si aspettava da me. Rispettare un intimo divieto. Non fare come mio padre.

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    Sebbene avessi compiuto da poco sei anni, non permettevo agli adulti di parlami di morale, né di contrattare con me circa il moto perpetuo delle correnti. Non mi ispiravano fiducia, fosse stato per loro la domenica mattina mi avrebbero costretto a sentire messa e ammalarmi di convenzioni. Oh, Dio, che spreco.
    Per fortuna, non avevano voce in capitolo. Lui preferiva lasciarmi andare al mare, un evento investito dalla luce miracolosa del mattino, lontano dalle terribili conseguenze che i bambini imparano al catechismo, comunque non al riparo da tutte le altre: è necessario trasformare la fede in un altro bene di consumo, così come l'abitudine e la paura.

    Quando morirai andrai dritto all'inferno, gli dicevano.
    Non penso, rideva lui, io sono immortale.
    Le vecchie si coprivano la faccia sentendolo parlare. Giulio!, esclamavano, e trasalivano, questo mi inorgogliva.

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    Il grado zero di un'avventura, per loro, era camminare avanti e indietro nella bassa marea.
    Per cui, va capito, cominciarono a guardarmi con biasimo quando mi rifiutai di entrare in acqua coi braccioli.
    Senza protezioni il mare era diverso. Là non c'era tempo per pensare; nuotavo, e le piccole onde che mi sollevavano, seguendo un ritmo variabile, non mi facevano rischiare la vita, ma la ascoltavano. Non solo la mia, anche quella di mio padre. Un uomo che non riusciva a trattenersi dallo spremere un tubetto di colore su una tela, appena ne vedeva una ancora pulita.

    Tele grandi, piene di soggetti che toglievano spazio a qualunque sfondo possibile. Persino il Chiaro di luna è così, l'unico quadro che non ha firmato perché mi lasciò dipingere insieme a lui, quella volta, una notte in cui avevo appena tre anni e non riuscivo a prendere sonno.

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    E' un chiaro di luna sul mare, anomalo, sembra precedere lo schianto. L'unico che conservo. Evidenzia quel cratere lunare cui fu dato il nome di Jules Verne, il suo scrittore preferito. Sta in cima agli scaffali dei film che abbiamo visto insieme in uno dei cinema di provincia ammuffiti che si è divertito a riaprire e far funzionare, per il gusto delle imprese a vuoto.

    Spesso, negli anni in cui nessuno aveva voglia di andare al cinema, il film veniva proiettato soltanto per noi. Io mi aspettavo che ognuna di quelle pellicole superasse almeno di poco i suoi racconti, le sue bugie ispirate. Ma non accadde mai.
    Quelli che credono di dire la verità, sono i burattini. A furia di raccontare balle, lui era diventato umano.

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    Lo so: credere a un visionario è difficile. Più facile credere a un Dio. Una di quelle divinità che suscitano simpatia solo se disegnate sull'asfalto bagnato, coi gessetti colorati, da un artista di strada, un girovago.
    Certe madonne sfumate dalla pioggia di tutti gli altri giorni, prima che sia domenica.

    E comunque, persino mia madre, che lo adorava, temeva il suo senso di realtà soggettivo.
    Quelle tele, quei cinema, quelle nuotate. Si dava anima e corpo al repertorio del suo teatro personale, quando lui prendeva la via d'acqua che portava alla boa rossa, per distrarre i presenti o gli assenti.
    Era esilarante fino al punto che, avanti negli anni, ognuno di loro - nel chiuso delle proprie considerazioni - avrà nutrito il ragionevole sospetto che, a parte lui, nient'altro sia mai accaduto nelle loro vite.

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    Non si accorse neppure di quel che stava combinando; francamente, se ne infischiava.
    Si limitò a diventare se stesso, a pretendere dalle suggestioni qualcosa di più di un autoinganno.
    Gli ho sempre parlato per negazioni.
    Vuoi bene al tuo papà?
    No.
    Tutto era là, in quel No, molto più amore di quanto avrei potuto sopportare. Ma per dirlo avrei avuto bisogno di troppe parole e chi nuota non parla, si sa, caccia fuori il fiato che gli resta nei polmoni, finché ce n'è.

    Come quella mattina, in spiaggia, quando finalmente oltrepassai la boa rossa, certa di avere un certo margine di tempo prima che mia madre mandasse una pattuglia di palombari a cercarmi.

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    Mi facevano male le braccia, ma rimasi a fissare l'acqua in attesa di vedere le sirene. Decisamente stupido, avrebbero detto le voci del disappunto. Non avrebbero riconosciuto una sirena nemmeno se ne avessero vista una. E questo era il loro carcere a vita, fatto di orari per le visite, compagni di cella e difetti di sentimento ignorati dal codice penale.

    Si sarebbero attenuti alle didascalie dei dizionari, senza riuscire a scavalcare la letteralità delle cose. Sirena: nella mitologia greca o romana creatura metà umana e metà pesce. Omero non ne descrisse l'aspetto fisico. Forse perché sapeva quanti volti può avere ciò che abbiamo perduto.

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    A un tratto l'acqua si smosse accanto a me, qualcosa nuotò intorno alle mie gambe.
    Uno strano silenzio circondò la boa rossa, fino a un istante prima quello era stato il termine del mondo ed ora volgeva di preferenza a una percezione infinita, immersa nella grazia liquida, incorrotta, degli inizi.

    Sgranai gli occhi per non perdermi quello che stava per affiorare in superficie, di certo una sirena. Poi lo specchio si aprì al passaggio di una creatura misteriosa.
    Era mio padre.

    luisaruggio@libero.it

  • Lettere indiane.

    "I promised to tell you how one falls in love"
    (Michael Ondaatje)

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    All'improvviso, un temporale estivo ha assorbito tutti gli altri suoni. Ho attraversato le strade velate d'acqua di corsa, mentre la pioggia mi bagnava i capelli e il vestito.
    I sandali mi si sono sfilati dai piedi, sono rimasta scalza.
    L'odore dell'acqua piovana era dappertutto, come un piacere pulsante.
    Mi sono fermata a riprendere fiato sotto la tettoia liberty di un bar.

    Lì vicino c'era una libreria, una volta. Ho pensato al monsone e al giorno in cui Clara entrò nella mia vita. Fu proprio attraverso quella libreria adesso vuota.
    Quel pomeriggio, l'intera città era deserta, presa da una luce zafferano che aveva cancellato tutti. Tutti tranne uno, nella mia mente.

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    Nel silenzio dei palazzi, l'insolita ombra delle cinque azzurrava appena il viale.
    Stavo cercando di ricordare il nome di un vento. Uno di quelli che accennano molte cose a chi attraversa il deserto. Tutto quanto emerge da quelle cose, ha la forma di un pozzo, una sorgente, un'oasi perduta.
    Talvolta, un antico palazzo di sabbia. Un volto che sfarina.

    Tra gli scaffali si muoveva la libraia - lunghi capelli neri, sguardo dritto - che aveva dovuto chiudere bottega anni prima, ma ora sembrava decisa a riprovarci.
    I perdenti hanno un oscuro talento per la bellezza sommersa, forse è per questo che sanno come si racconta una storia.
    E così mi servì una raccolta di racconti, la mia dose di morfina giornaliera. Dalle dimensioni sembrava più che altro un quaderno di scuola, un piccolo diario.

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    Appena ho imparato a leggere, ho scoperto che esistono quaderni così, chiamati diari.
    Quel pomeriggio, in libreria, mi venne da pensare ai diari che mi sono stati recapitati, negli anni, come una specie di eredità - favolosa - che non sapevo di avere.
    Sono quaderni pieni di calligrafie che deviano in modo improvviso all'altro capo di una pagina, dietro un ritaglio di giornale, la carta del tabacco, la busta vuota di una lettera.

    E' stato così che ho scoperto quanti nomi può avere il vento, prima ancora di imbattermi nella trascrizione romanzesca delle tempeste di sabbia, nel deserto del Gilf Kebir, secondo Hassanein Bey. Prima ancora di imparare a memoria intere pagine di un libro scritto da un uomo nato a Ceylon e che, visitando Villa Adriana, a Tivoli, tracciò la strana architettura di una storia.

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    Quando abitavo a Tivoli, tornavo a Villa Adriana soltanto per pensare a quello scrittore e a un uomo che si identificava con il protagonista involontario del suo romanzo. Ognuno ha le sue ossessioni, del resto.
    Possiedo due copie di quel romanzo, la prima la trovai anni fa in un mercatino nostalgia, la pagai due monete - me lo ricordo ancora - dentro c'era una foglia e nessun altro indizio riguardo al lettore che aveva deciso di separarsene.

    L'altra l'ho trovata a New York, una domenica mattina, all'ora di pranzo, mentre cercavo il quartiere di Hopper e uno dei suoi quadri più vaghi. Ma c'è una terza copia di questo romanzo che mi porto appresso nei viaggi, non l'ho mai vista, so solo che è conservata in un baule indiano.
    Sembra un dettaglio inventato, perché troppo esotico. Quel baule appartiene a Clara.

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    E' stata una delle prime cose che mi ha raccontato quando abbiamo cominciato a scriverci. Un lungo viaggio, sotto cieli seppia, in forma di carteggio.
    Le lettere sono una costante della mia vita, ormai lo so. Quando verrà il mio turno, si scoprirà che quel che ho amato l'ho nascosto sempre in evidenza, tra i libri.

    Sono stata tirata su da lettori cronici, gente che fingeva di essere nell'elenco degli invitati del Grande Gatsby. Sarà per questo che mi distraggo durante le conversazioni.

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    Talvolta, mentre qualcuno mi parla, penso alle lettere di Clara, quelle che mi ha scritto da Bombay, quelle che mi ha scritto da Anversa oppure da Ravenna, e che vengono - comunque - dal deserto.

    Un deserto letterario. Fatto di momenti, fantasmi, storie tenute insieme da un nome in codice. Come quello di una spia in tempo di guerra. Un Mare di Sabbia, tutto quello che è già scivolato via dalle mani, dalle pagine. E che, forse, ora è uno dei nomi del vento.

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    Quindi la libraia mi indicò la strada verso Clara, la vigilia di un deserto che scrivendoci, da quel momento in poi, abbiamo attraversato insieme. Non leggo mai quel che mi consigliano di leggere, perché il lettore medio è in cerca di pagine ordinate, pulite come sale d'attesa. E c'è, anche, una qualche isteria nei libri senza botole, nella ricerca ossessiva di una trama.

    E' un po' come incontrare uno sconosciuto su un treno e chiedergli, con ingenuità a tratti proditoria, di che cosa parla la sua vita. Quando me lo domandano, trovo il modo di lasciare la stanza.

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    Anche Clara deve essersene andata spesso, mi capita di trovarla nei miei stessi posti. Che non esistono.
    Nel deserto libico, per esempio, così come doveva essere negli anni '30, prima del secondo conflitto mondiale. Non posso spiegare perché, sarei costretta a raccontare le lettere brevi che declinano l'India di Clara, l'Africa di Karen Blixen, una morte, un amore, la prossimità tra viaggiatori, pellegrini della parola scritta che satura la vita stessa alla stregua di un incendio doloso.

    La libraia voleva farci incontrare, tutto qui. Quel che non sapeva è come ci si innamora, leggendo, dei fantasmi di un altro. Certe volte ricevo le loro visite. Deve aver creduto che l'innesco sarebbero state le parole, non aveva abbastanza fiato nei polmoni per scoprire quel che si nascondeva dentro di esse, laggiù, in un luminoso buio.

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    Mesi dopo vidi Clara per la prima volta, in un luogo affollato, rumoroso.
    Esile, schiva, sembrava essersi perduta, come Kit nel capolavoro di Paul Bowles, Il tè nel deserto. Da quel momento in poi, me ne rendo conto, la nostra amicizia è stata una pagaia capace di scivolare su acque verdi, silenziose.

    Apparteniamo, forse, a un monastero diffuso, uno strano santuario pieno di fogli in volo, segreti, ombre. Apparizioni sul crinale di una parola.

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    Lei cerca i libri di cui le parlo, ogni tanto, in una biblioteca lontana, io aspetto il monsone sotto le cui sembianze mi appare la fisionomia dei mondi che abbiamo abitato, riletto, sognato. La somma delle nostre vite.

    Non a caso il suo mestiere, oltre a scrivere, è tradurre. Spesso ne soffre, come un'adultera costretta a lasciare un amante. Sì, capisco.
    La osservo frammentarsi nelle traduzioni, per poi ritrovarsi in riva alla sua pagina o alla mia.

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    Spesso sogno a occhi aperti di fare un viaggio impossibile, insieme a lei, immagino di ascoltare la musica di un grammofono appartenuto alla Baronessa Blixen, dono di Denys Finch-Hatton, come dagli auricolari degli iPod che isolano i pendolari nelle metropolitane.
    In definitiva, siamo pendolari anche noi due, soltanto che la nostra fermata è una regione della mente, fatta di luoghi raccontati da chi non aveva più niente da perdere.

    Andiamo e veniamo da quella zona, che non è davvero l'Africa, non è davvero l'India. Ho come l'impressione che si tratti di un vento senza nome, indicato con tre asterischi nel romanzo che ci conosce meglio di chiunque altro.

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    Il vento segreto del deserto, col suo sonar sospeso sulle coincidenze che ci legano. Come la luce filtrata dai teli indiani, in una fotografia che mi ha inviato, tempo fa, per non dovermi spiegare una mancanza.
    Talvolta le lettere stanno in una sola frase. Come la pioggia estiva, possente, di un quarto d'ora. Tanto è durato l'acquazzone, il tempo di entrare nel bar, con i sandali ancora in mano, ordinare un caffè e pensare a tutte queste cose, ondulate, sparse come sabbia a perdita d'occhio.

    La cassiera ha battuto lo scontrino, mi ha fatto una domanda che non ho sentito. Le nuvole si sono spostate verso est. Come ombre, dietro un paravento.

    ("The English Patient", Anthony Minghella)

  • Il desiderio.

    "Le parole sono, naturalmente, la più potente droga usata dall'uomo."
    (Rudyard Kipling, "Book of Words")

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    Esiste un quartiere senza nome, nella tasca interna della città, che solo io riconosco.
    I suoi lineamenti di pietra, ferro battuto, fiori, sono una replica della mia infanzia vissuta altrove, lontano da qui, in una frazione perduta nel giallo profondo e cupo della piana.

    In quel punto del mondo, così ultimo, senza pretese, la mia famiglia si era ritirata per elezione, lì sono nata. Non proprio quel che si intende col verbo nascere - attraverso le contrazioni di una madre - piuttosto la consapevolezza di esserci, insieme al ronzio dell'ape, il suono di un filo di cotone indaco spezzato coi denti, la scoperta delle bocche di leone - screziate di viola - e l'euforia febbrile del primo ciclo di stagioni dominate dalle euforbie delle spiagge.

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    Il sindaco era un albero del pepe - cresciuto in una torre colombaia - e la sua giunta era composta da una lunga fila di salici dal tronco bianco, stinto dalle piogge primaverili; le siepi sulla linea dell'orizzonte erano guardiani di una frontiera che separava il precipitato delle ore dalla loro sospensione.

    Ricordo bene quel mucchietto di case basse, sparse intorno a una scuola, una merceria, un teatrino di velluto - verde - dove si proiettavano vecchie pellicole. Considerato nel suo insieme, secondo me, era un villaggio fatato.
    Noi della casa ci eravamo abituati a fare lunghi bagni, la sera, prima di portare il copriletto di ciniglia in giardino, insieme a un piccolo mangiadischi, la caraffa dell'acqua e il vassoio coi fiori di zucca fritti.

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    Gli occhi gialli della gatta ci sovrastavano dal muretto, dietro ai mandorli, senza poterci rivelare nulla dell'angolo temporale che un giorno sarebbe diventato una cambiale da pagare in sogno, talvolta anche a occhi aperti.
    In terza elementare, oltrepassato il confine di quell'angolo, non ho più cercato di tornare a vedere la villa, il patio, l'albero del pepe, la scuola e tutto il resto.

    Sapevo che quel gesto disperato non sarebbe servito a nulla giacché, qualche tempo dopo il trasferimento in città, quella frazione fu invasa dai cantieri che moltiplicavano le case cancellando l'enorme spazio vuoto di cui da bambina avevo goduto.
    E' sceso, allora, tra me e quel posto, un silenzio vasto, pieno di bagliori, quel genere di lampi che chiamiamo ricordi.

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    Finché un giorno, mentre camminavo, è accaduto l'impossibile. Come tante altre volte, stavo risalendo un viale, quando, a un tratto, ho visto sfolgorare la cortina verde delle siepi guardiane. Proprio quelle siepi.
    Non era soltanto un sipario di foglie gigantesche, grasse di luce come neon vegetali; piuttosto un passaggio segreto, raccolto e anonimo, a forma di quartiere di provincia rivolto verso l'interno.

    L'interno era un corridoio di giardini minimi, roseti intricati che muovevano effluvi densi di polline, al di qua delle stanze dai soffitti decorati come pasta di zucchero.
    I passanti che attraversavano la strada, con le buste della spesa, sembravano non accorgersi di niente. Era quasi sera. Una sera calda, nell'ora che accende la cotonina chiara dei vestiti e sfrigola, un istante, prima di sfumare come un fiammifero che brucia.

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    Mentre passavo, sull'altro lato del viale, non si sentiva nessuna voce. La città sembrava troppo tranquilla, i palmizi avevano smesso di fremere, gli uccelli tacevano.
    Le auto continuavano a passare, rallentando vicino alle strisce pedonali, ma senza produrre alcun suono.
    Tutto era invaso dai dialoghi di un vecchio film di cui non ho mai scoperto il titolo, avevo appena tre anni l'unica volta che lo vidi.

    Voci di doppiatori ormai andati, con un modo di dondolare sulle parole e svolte acute dentro le domande, la loro timbrica era nell'aria come un pulviscolo d'oro.
    Mi sono fermata dov'ero, ho girato la testa lentamente in quella direzione, lanciando lo sguardo oltre il viale. Tra gli alberi, andavano accendendosi i lampioni. Il loro primo albore era simile a quello delle lampade a petrolio.

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    Riconoscevo quella luce e anche la prospettiva che rivelava, fatta di ville elementari con un patio anteriore e uno posteriore, dove da bambina lasciavo la mia bicicletta. Ma quello non poteva essere lo stesso patio che io avevo in mente e quel quartiere non poteva essere un passaggio segreto per tornare nel villaggio periferico dove ho imparato l'alfabeto.

    I vicoli illuminati dai lampioni erano vuoti, un solitario parcheggiatore abusivo si era seduto sul marciapiede e mi fissava, soffiando via il fumo azzurro di una sigaretta. Forse anche lui riconosceva i dialoghi di quel vecchio film e si stupiva, come me, di ritrovarli adesso.
    O forse era un mago con tre noci magiche nel berretto.

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    Di certo, lui non aveva appena visto un fantasma, invece io sì. Il fantasma di una frazione minima, cancellata dalle continue riscritture edilizie e comunque distante chilometri dalla città. No, non poteva essere.
    Eppure una confusione innocente mi diceva di sì: quello era il luogo, di nuovo intatto, offerto, per me, dietro la cortina di siepi, dove i lampioni illuminavano la strada che riportava a casa.

    Me ne stavo lì, a metà di un isolato qualunque, senza capire come potevo essere inciampata in un quel varco. Dal punto in cui mi trovavo potevo vedere la luce verde del pescheto che splendeva in fondo al giardino, su quel pescheto si affacciava la finestra della mia stanza, tappezzata con una carta da parati azzurra e ruvida.

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    Ci deve essere un qualche meccanismo nella realtà così come crediamo di conoscerla, un meccanismo simile a quello che negli orologi è detto treno del tempo e che sul viale, quel giorno, doveva essersi inceppato: se avessi attraversato la strada e poi lo spazio tra le siepi, avrei camminato nella mia infanzia.
    Sentivo un formicolio tra le scapole.

    Attratta dall'aspetto familiare di quelle case color pan pepato, ho attraversato la strada e poi la siepe: di colpo, ero dall'altra parte.
    E così è successo, la luce nella veranda era accesa, segno quello che mia madre stava preparando la cena, forse una zuppa di pomodoro e una frittata di riso.

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    La casa sembrava un'enorme abatjour, volevo proprio vedere se le stanze erano come le ricordavo. Aprii il calcelletto, attraversai il giardino sul retro ed entrai nel salone; in un angolo c'erano i miei pattini a rotelle, ma la stanza era più piccola di come la ricordavo.

    Il vetro smerigliato della porta frammentava i colori provenienti dalla cucina, sul tavolo tondo c'era la tovaglia a pois rossi, la mia preferita, col segno evidente di una bruciatura causata dalle scintille del Natale passato, durante una fotografia di gruppo.

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    Il televisore era sintonizzato sul primo canale, Heather Parisi ballava sulla sigla di un varietà del sabato sera, dal forno acceso arrivava l'odore di pizza al formaggio.
    Mia madre stava friggendo le patatine, indossava una vestaglia turchese e canticchiava quel motivetto agitando un po' i fianchi. Era così giovane, potevo sentire il suo odore antico, fruttato.

    Sull'anta del frigorifero, sotto una calamita a forma di mulino c'era un foglietto a quadretti col mio nome scritto in rosso, a stampatello e al contrario.

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    Dal bagno arrivavano rumori d'acqua smossa e di risa, io e mia sorella giocavamo a trattenere il fiato nell'acqua saponata della vasca.
    Nessuno sembrava accorgersi di me, mia madre ha sempre parlato con gli spiriti, ma non con gli spiriti dei vivi.

    Meglio così, non c'era bisogno di spiegare la situazione e potevo starmene lì per tutto il tempo che volevo.
    Ma poi arrivarono le bambine, quella con la frangetta e gli occhiali da astigmatica aggiustati con lo scotch ero io, fu strano incontrare il mio sguardo.

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    La Luisa bambina riusciva a vedermi: "Mamma, chi è questa signora?", "Quale signora, Lù? - minimizzò mia madre - Non c'è nessuna signora, non ricominciare."
    Per tutta risposta, lei alzò le spalle e mi guardò scuotendo la testa spettinata, "Siediti lo stesso," mi disse, mentre mia sorella esaminava le patatine.

    Dopo, mentre mia madre lavava i piatti e mia sorella ripeteva una poesia piena di parole inventate lì per lì, la Luisa bambina mi portò nella stanza azzurra e mi mostrò il suo libro nuovo, erano Le storie proprio così di Kipling, la stessa copia che conservo da anni nella mia libreria.

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    (Rudyard Kipling)

    "Sai disegnare, tu?", mi chiese. Voleva farmi disegnare i ritratti degli invitati alla sua festa di compleanno, lei prese a suggerirmi i loro nomi e io disegnai delle facce, così come le ricordavo.

    Disegnai Lauretta, la maestra Rossella, Alessia detta Mollica, suo fratello Tony che vinceva sempre le gare di resistenza sugli alberi e la Signora Borotalco che si faceva vedere soltanto da me, a una certa ora, nella pineta dietro la scuola, dove cominciava il suo regno.

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    Disegnai anche altri amici, ma la Luisa bambina non li aveva ancora incontrati.
    "Chi sono loro?", chiese. Gliene parlai e lei disse che potevo invitarli, il giorno dopo, al suo compleanno. Quindi, su questo lato del viale e delle cose, mancavano poche ore al 10 giugno.

    Sì, avevo voglia di invitare i miei amici, ma ormai era tardi e bisognava avvisarli con una telefonata.

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    La Luisa bambina mi aiutò a scavalcare la finestra, attraversammo il giardino e poi la strada. Si vedevano le stelle, la luce lunare illuminava i campi di fieno arati da poco, in fondo alla strada c'era una vecchia cabina telefonica, lei aveva dei gettoni nella tasca del pigiama ma io non ricordavo nessun numero di telefono.
    "Non fa niente," mi spiegò, "li puoi inventare".
    Ci provai, funzionava davvero. Riascoltai persino alcune voci che - sull'altro lato del viale - erano andate perdute, qui era facile, qui il peggio doveva ancora accadere.

    Tornammo a casa, l'odore del vento notturno saturava l'aria, era quasi estate, era il mio compleanno.

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    "Sai camminare sul filo invisibile?", mi chiese la Luisa bambina. Ricordavo quel gioco, mi capita di farlo ancora quando cammino fingendo di essere una funambola sospesa a molti metri di altezza col mio ombrellino di carta. Lei finse di perdere l'equilibrio un paio di volte, poi si salvò con una piroetta e alla fine stabilì che eravamo pari, anche se io sbandavo un poco, "Fai ridere le lumache," disse.

    "Cosa ti piace?" chiesi.
    "Ascoltare una storia," fece lei, "e a te?", fece.
    "Raccontare una storia," feci io, "Sei una raccontatrice?", dissi di sì, "Allora raccontami una storia incredibile".

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    E così le raccontai questa storia, la storia di come attraversando il viale ero tornata a casa, in tempo per il mio compleanno. Siccome mi credeva, disse che potevo dormire io sul letto a castello.

    Il giorno dopo mi portò a vedere un mucchio di posti segreti camminando sul filo invisibile con le braccia aperte, "Non barare, raccontatrice, tieni le braccia alzate e gli occhi chiusi".

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    Ogni tanto mia madre ci incrociava nel corridoio, ma vedeva soltanto la Luisa bambina e alcuni spiriti che io avevo invitato alla mia festa.
    "Lù, con chi parli?" le chiedeva, mentre farciva i panini per gli invitati.
    Quel pomeriggio, a casa, li rividi tutti, quelli che più ho amato: alcuni erano bambini, altri erano uomini, altri ancora fantasmi.

    Guardai, ancora una volta, nei loro occhi trasparenti, mentre il sole calava dentro il pescheto.
    La torta pendeva un po' su un lato, aiutai la Luisa bambina a soffiare sulle candeline, tenendola per mano.
    "Chiudi gli occhi, raccontatrice," disse lei, "esprimi il desiderio, esprimilo fortissimo. E non dirlo mai a nessuno".

    luisaruggio@libero.it

    (Terrence Malick, "Tree of life")

  • Fresie.

    "La lettera è un equivoco messaggero. A volte ci può essere capitato di scrivere a noi stessi. A volte ci è persino capitato di scrivere ai morti. Non succede tutti i giorni, lo ammetto, ma può succedere. Se mi si chiedesse di pronunciarmi sulla natura di queste lettere fatte romanzo non escluderei di definirle lettere d'amore. In senso assai lato, così come è vasto il territorio dell'amore, che sconfina spesso in territori ignoti."
    (Antonio Tabucchi, Post Scriptum da "Si sta facendo sempre più tardi")

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    Chi lo sa, forse veniva davvero dalla carta azzurra del suo quaderno di appunti, dalla grafite della sua matita ben temperata; non era più grande di un pollice, quella matita, e viaggiava nella tasca della sua giacca di fustagno, insieme alle lettere che non aveva ricevuto.

    Ma questa, naturalmente, era una mia ossessione, come la conchiglia che mi portavo in tasca, un oroscopo che gli attribuivo per affetto, nonostante lui fosse come quelli che passano nella città in cui ho vissuto più a lungo: non poteva vederne il lato oscuro.
    Però sapeva che esistono tante versioni di un luogo, così come di una persona che crediamo di aver conosciuto.

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    Avrei voluto dirgli che era appena capitato in una città mancata, interrotta come un racconto incompiuto, un discorso lasciato in sospeso:
    - Eppure, Tabucchi, mi crede se le dico che questo luogo non esiste?

    Era il tipo di domanda che non avrei rivolto a chiunque, si capisce, il fatto che lui fosse uno scrittore, un poeta, non era di per sé sinonimo di una qualche rispondenza. Anzi, ogni volta che ne incontravo uno, mi accorgevo che mancava di qualcosa: le voci accavallate nel mio registratore erano un sole freddo.
    Per spogliarmi di certe risposte, mi chiudevo in casa e giocavo a intervistare quelli che mi scaldavano: le loro pagine mi mandavano su di giri, ma loro erano tutti morti da un pezzo. Forse perché non avevano più niente da scrivere.

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    Dopo aver scavalcato i vent'anni, credevo che mi restasse molto poco da vivere: dovevo leggere il più possibile. Il resto non aveva importanza, ma certe volte fingevo che ce l'avesse, così, per tenere contenti gli altri. Tutti gli altri, persino quelli che dicevo di amare, comunque fuori dalla sala buia delle mie letture, dove accadeva qualunque cosa.

    Non potevo spiegare davvero quello che stavo leggendo, non è mica come fare un dettato, quando me lo chiedevano rispondevo in modo astratto - "Coincidenze," - così loro si spazientivano, mi maledivano e finalmente mi lasciavano in pace.
    Qualche volta c'era anche chi rispondeva che "Non esistono le coincidenze," e allora aggiungevo "Appunto".

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    Diversamente, avrei dovuto costruire un marchingegno sofisticato in grado di collegare il derivato di quelle letture - immagini e percezioni - direttamente dal mio cervello al loro.
    Un'invenzione molto violenta.
    Tutte le altre approssimazioni sarebbero state letteratura, Cinema. Musica, nel migliore dei casi.

    Per strada, inserivo il pilota automatico e i piedi mi portavano in redazione, ma in realtà continuavo a camminare dentro altre atmosfere. Ci pensavo anche durante le riunioni del mattino; il direttore del giornale era un tale che si tingeva i capelli e parlava con un accento che non era il suo per farci capire che aveva imparato a Roma i ferri del mestiere.
    Durante il turno di notte, quando gli studi erano vuoti e calmi, l'addetto alla messa in onda lo imitava. Alzavo la testa dal libro che leggevo durante lo straordinario ma solo più tardi, a casa, quando fuori schiariva mentre mi facevo una doccia, ridevo per quell'imitazione. Non ci fu mai modo di dirglielo.

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    Quella risata in differita, era colpa di Tabucchi: i suoi racconti erano nella mia borsa, mi portavo appresso Si sta facendo sempre più tardi, Il gioco del rovescio, Donna di Porto Pim, come si fa con le chiavi di casa per non restare chiusi fuori.
    Avevo sottolineato alcune cose con un pennarello rosso: sospeso e un po' vagando, ora mi trovavo in un mio luogo qualsiasi. Oppure: scrivere, è sempre un modo di venire a patti con la mancanza di senso della vita.

    Un pomeriggio, il direttore del giornale mi mandò a intervistare l'uomo che aveva scritto quelle parole, era in zona per presentare Tristano muore. L'appuntamento era nella pinacoteca del vecchio museo, arrivai in anticipo, lo aspettai osservando le opere della mostra permanente e alcuni oggetti appartenuti a Tito Schipa.

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    Alcune sfumature della sua voce, erano la mia infanzia. Non tutta la mia infanzia, un frammento. Mi raccontavano spesso degli aneddoti sul quel tenore, perciò adesso mi sembrava di essere tornata nella serra di una vecchia casa, piena di fiori anche d'inverno, dove la luce era filtrata dalle felci.
    Mi andavano di traverso le note di Vivere, le intonavo sovrappensiero come mi capita quando un ricordo mi rapisce per una manciata di istanti.

    Tabucchi era già entrato nella stanza protetta da pesanti tendaggi, era passato da un ingresso laterale per farsi un giro nel museo prima di incontrare i giornalisti, giornata fortunata.
    "Sarebbe stato bello che tu avessi vinto la partita, disse lo zingaro cieco. Ma io, io non canto il futuro, stai tranquillo... ".
    Tutto era come avrebbe dovuto essere, simile a una fotografia di Rodney Smith, perciò non volevo fargli nessuna intervista.

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    La moquette assorbiva il suono dei suoi passi, non lo avevo sentito camminare, invece lui mi aveva ascoltato canticchiare, in piedi tra le teche piene di vecchie monete, anfore, resti di civiltà ridotte in polvere. Quando mi accorsi di lui rimasi attonita.
    Ma Tabucchi fu gentile: sorrise.
    A differenza di molti altri sorrisi che ho visto, il suo era pieno di tenerezza.

    Disse: "Ah, che bella canzone. Cosa le ricorda?", secondo uno schema classico e disordinato pensai a una lontana giornata di giugno, al rientro da una gita al mare, i finestrini del maggiolone erano abbassati e il vento faceva frusciare i canneti verdi ai lati della strada densa di polvere, mangiavo un panino al pomodoro e una buccia scivolò sul mio vestito bianco, sembrava una macchia di sangue quella buccia lucida d'olio, non mi faceva paura, ero felice perché a pomeriggio, durante il sonno degli altri, avrei visto un film.

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    Molti anni dopo, in un'isola greca, osservai alcune donne portare ghirlande di fiori in riva al mare, nottetempo: quell'effluvio mi ricordò i fiori preferiti di mia nonna, bulbi di tulle, lo stelo curvo, gli orli delle fresie chiare e i suoi occhi color ambra appannati dalla luce, irripetibili. Notte fonda, in un albergo, nei Balcani, una borsa di paglia piena di sabbia, il sonno sulle ginocchia di mia madre.

    Ma quelle diapositive personali scesero dentro un'unica parola: "Fresie," risposi, lui annuì. Sì, capiva.
    Non aveva fretta di seguire gli altri al piano di sopra, gli spiegai che ero lì per l'intervista ma adesso volevo solo sapere una cosa. Mi fece segno di continuare: "Ho fatto l'oroscopo alla tasca della sua giacca," sembrava divertito, gli spiegai l'ossessione della matita e del quaderno.

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    Qualcosa vibrò nel suo volto pieno di un'occulta bontà, lentamente, come in un gioco di prestigio per bambini, prese qualcosa dalla tasca della giacca: mi porse il moncherino di una matita, dei fogli di carta azzurra strappati da un quaderno e poi piegati, un bottone.
    "Come faceva a saperlo?", ma io non lo sapevo affatto, era solo un gioco, l'idea ricorrente delle voci nella mia testa, quello che la gente chiama immaginario.

    In fondo, le sue parole più pericolose erano piene di questo: il cortocircuito generato da ciò che ricordiamo e ciò che immaginiamo soltanto, ma che diventa parte del nostro essere, tanto quanto la diapositiva di un sogno, di un film, un libro, una musica.
    Qualcuno lo chiamò dal corridoio, la sala era piena e bisognava cominciare, feci per restituirgli i fogli e la matita, "Li tenga lei, " - disse - "come ricordo".

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    Ma c'erano degli appunti su quei fogli e non sapevo come fare ad accettarli. Mi frugai le tasche e trovai la mia conchiglia sforacchiata preferita e una forcina per capelli, era la mia offerta per lo scambio, accettò.

    Qualche volta ho donato una conchiglia a un amico particolarmente caro in questi anni, scegliendola con cura tra quelle raccolte da bambina su una spiaggia ormai cancellata dalle mareggiate, ricordavo quel che mi disse Tabucchi mentre si avviava verso la sala gremita.
    Magari un altro, al posto suo, dopo aver messo al sicuro la conchiglia nella tasca della giacca, avrebbe detto soltanto grazie.
    Ma lui, dando un paio di colpetti alla tasca, come imitando un battito cardiaco, disse: "Fresie".

    luisaruggio@libero.it

    (Tito Schipa, "Vivere")

  • La città interiore. (quaderni catalani)

    "Room of mirrors"
    (Kekko Fornarelli)

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    Una notte, a Barcellona, ho fatto un sogno. Attraversavo la periferia di una città, correndo sotto la pioggia battente. I palazzi erano impregnati del colore liquido di un cielo seppia, nell'aria volavano stormi di carta. Il mio corpo spaginato era dotato di una muscolatura anfibia, in grado di farmi correre sott'acqua.
    Forse quella che mi bagnava non era pioggia, forse erano parole.

    Correvo per non arrivare tardi a un appuntamento, la mia unica possibilità di incontrare uno sconosciuto per il quale provavo una nostalgia inspiegabile. Quella era la nostra eclissi, ci saremmo incontrati, noi due, alla faccia dei pianeti e della Storia. In realtà, me ne rendevo conto, non era vero che avevamo un appuntamento, ma io sapevo che sarebbe passato vicino alla torre colombaia a una certa ora della notte, i capelli legati come un samurai, un gatto chiamato Sigi al fianco.

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    Perciò continuavo a correre e i vestiti mi si incollavano addosso, erano fogli bagnati ormai. Un odore di pioggia misto a quello dei libri quando invecchiano. Alla fine, riuscivo a raggiungere la torre, lo sconosciuto intimo aveva già messo in moto la macchina, sul viso un ghigno alla Jean Paul Belmondo - pensò: "Schifosa..." -, si stupiva vedendomi aprire lo sportello, anche se non lo dava a vedere io lo sentivo.

    Mi intrufolavo nell'abitacolo per abbracciarlo, sapevo della sua avversione per questo genere di cose, ma dovevo verificare la consistenza della sua forma, prima di trasformarmi anch'io in polvere, come capita a tutti, anche se per lui ero sempre stata un fantasma. Fissavo a lungo il verde residuo in fondo ai suoi occhi e poi gli dicevo un segreto, soltanto nostro, sottovoce, all'orecchio.

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    Quando mi sono svegliata nella stanza semivuota, il buio era rischiarato debolmente dai lampioni. Ho cercato di ricordare dove mi trovavo: ero nel distretto di Sant Martì, nella casa di un musicista che ci ospitava, Dario dormiva accanto a me - il suo bel viso contro il mio - respirava, vicinissimo alla mia bocca, potevo sentire il suo odore.

    Nell'altra stanza c'era Johannes, un ragazzo tedesco arrivato a Barcellona per pattinare durante il suo anno sabbatico, in fondo al corridoio c'era la stanza di Laurentaci, il contrabbassista, coi pentagrammi sparsi sul pavimento e i nostri biglietti di ritorno, insieme ai documenti, nella fodera del contrabbasso.
    "A Barcellona, ti ripuliscono se non stai attento!", ci aveva avvisati la giovane cameriera alla quale avevo dato la mano, durante le turbolenze, prima dell'atteraggio a Girona.

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    Era una tipa mascolina, aveva insistito per darmi il suo numero di telefono, le avevo spiegato che sarei rimasta a Barcellona pochi giorni, insieme a mio marito, un musicista, per il tempo di tre concerti; avrei girovagato in solitaria, "Come la ragazza di Lost in Translation" fece lei, poi andò per la sua strada, sapevo che non le avrei telefonato.

    Eravamo arrivati a Barcellona poche ore prima, Laurentaci era venuto a prenderci a piedi, con la sua faccia latina, i grandi occhi buoni, il cappotto da gangster e l'allegria di chi può scherzare nel suo dialetto con qualcuno.
    Ci aveva mostrato la stanza che aveva preparato per noi, l'aveva liberata da poco uno spagnolo pazzo, era sparito senza pagare l'affitto e lui lo andava cercando per fargli il culo. Aveva lasciato soltanto il poster di una donna nuda e io mi domandavo se gli era stato d'aiuto per sbrinare i suoi desideri inappagati.

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    La serata era argentea, e noi non avevamo voglia di prendere il metrò, meglio poter vedere le vecchie cornici delle finestre, la forma curva delle strade, le luci accese nei locali, chiare, rosate. Avevamo mangiato burritos carichi di habanero e bevuto birra freschissima in un bar messicano affollato.

    Dal nostro tavolino, in cima al soppalco, potevo vedere la ragazza giapponese che si osservava, attraverso lo specchio del portavivande, coi gomiti sul bancone e l'aria persa, come appena uscita dalle pagine del romanzo che stavo leggendo.
    "Naoko", pensai, ma lei non si voltò.

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    Dopo un dulce de leche diviso in tre, eravamo andati a passeggiare nel Barrì Gotìc; agli angoli dei vicoli c'erano venditori ambulanti, indiani solitari col viso nascosto nell'ombra, tentavano di smerciare lattine di birra acquosa ai passanti.
    Dietro le svolte, improvviso, come un velo, un sentore di mare, vapori di salsedine spinti dal vento.

    Laurentaci ci teneva a mostrarci un club per fumatori di pipa, si trattava di un vecchio bar con le eliche dei ventilatori che ruotavano, al rallentatore, sui soffitti. Un'atmosfera dorata, spremuta nei riflessi delle tabacchiere di argento che una volta contenevano tabacchi aromatici e ora facevano parte di una collezione nostalgica.
    Nella sala da biliardo, bevendo clara, avevamo interrotto i preliminari di una giovane coppia.

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    Per accedere al locale, bisognava salire la rampa di scale di un palazzo liberty e suonare il campanello di quello che una volta doveva essere stato un appartamento elegante, pieno di fiori e storie umane. Eravamo tornati a casa passando dalle Ramblas, c'erano solo le puttane adolescenti a quell'ora, scure come datteri e nervose.

    A notte fonda, dopo quel sogno, ripensai a tutto questo. Di là dal muro, Johannes ascoltava a basso volume una canzone degli Strokes, Call me Back, ne ricordavo il video: c'era una ragazza che attraversava lentamente una cortina d'acqua, come strappando un diaframma impossibile teso tra due dimensioni.

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    Scivolai giù dal letto e attraversai il corridoio in punta di piedi, in cucina - senza accendere la luce - mi versai dell'acqua in un bicchiere e rimasi a guardare i neon rossi, viola e azzurri della Torre Agbar. Quel grattacielo mi sembrava un dirigibile ancorato male, sfolgorava nella notte.

    Pensai alle fotografie in bianco e nero dello zeppelin Hindenburg, durante l'incendio del 1937, e alle parole di Herbert Morrison, l'annunciatore che radiotrasmetteva la cronaca del disastro dal campo d'atterraggio nel New Jersey: "Oh, the humanity!".
    Tornai a letto, cercai il calore del corpo di Dario sotto il piumino e respirando il suo odore mi riaddormentai, sforzandomi di prolungare quel momento per trecento milioni di anni, sull'unica pellicola possibile: dentro.

    The Ring House by TNA Architects, Japan

    La mattina dopo, Laurentaci preparò la colazione. Aveva una scorta del suo caffé italiano preferito e un pacco di biscotti allo yogurt, Johannes fu l'unico a bere caffé in polvere, la frangia bionda gli copriva metà del viso, l'altra metà era dominata dall'occhio turchese.
    Avevamo poco tempo per fare un giro della città, poi Dario sarebbe entrato in sala prove con gli altri musicisti, in vista dei concerti serali del fine settimana.

    Intorno alla Sagrada Famìlia di Gaudì, si era radunata la solita folla di giapponesi, bisognava schermarsi dal sole per guardare la vetta delle torri e le gru al lavoro per finire quel volume che trabocca.

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    Più tardi, dall'altura del Parco Guell, dopo una ripida salita frammentata in scalini, la città si stese - sinuosa - sotto di noi, coi suoi palazzi, coriandoli di vetro lucente colpiti dal sole.

    Guardando il tetto di una casa occupata, pensai all'ultimo dialogo con Wolf, un'artista di strada diretto a Cuba che avevo conosciuto prima di partire:
    "Siamo rimasti in pochi, come gli unicorni."
    "Perché, Wolf?"
    "Mi rincresce dirtelo, Luisa. Ma è che la gente capisce dove si trova solo quando è troppo tardi."
    "E tu, dove sei tu adesso?"
    "Nell'ultima cabina telefonica del mondo".

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    Un suono di scacciapensieri mi riportò al presente, eravamo davanti al civico 54 di una strada tempestata di ceramiche colorate, vecchie megere italiane giocavano con le nacchere di legno e altri souvenir. Nell'aria un odore di riso aromatico, gamberi, peperoncino.
    Non volevo mangiare paella, ma alla fine andò così.

    L'ultima volta che l'avevo assaggiata, vent'anni addietro, il mio maestro di danza, Denys Suarez, era ancora vivo; gli piaceva cucinare la domenica mattina, dopo aver fatto il bucato e aver scritto una lettera alla sua antica madre. La sua paella ti ricordava di che cosa eri fatto: desiderio perlopiù e sogno.

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    (Autoritratto con bestiario fantastico, Barcellona 2012)

    Quello stesso pomeriggio, cominciai a vagare in solitaria dentro una città che di colpo smise di essere Barcellona e diventò un luogo interiore, soltanto mio.
    Dopo aver salutato i musicisti, senza una bussola, tirai dritto in fondo alla strada assolata che fiancheggiava il Conservatorio.

    Gli isolati, caldi di vitalità, bevevano luce attraverso le gole sontuose delle balconate, le facciate dei palazzi mi sembravano alveari scavati nel polline, allucinazioni dovute al fatto che i movimenti liberty delle verande premevano sul mio interesse piuttosto clinico per quello stile. Tuttavia, non ero lì per questo. Lo confessai all'architettura rinomata della città: io non sono il visitatore che tu credi, perché non mi interessa vedere quelle cose da manuale turistico, voglio di te qualcosa di improbabile, perciò reale.

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    Davanti a me, una Biancaneve di cinque anni attraversava la strada tenendo la mano di suo nonno, fuori dalle botteghe le commesse - sul viso piccole maschere di stoffa e piume - fumavano, chiacchierando in catalano. Sulla fuliggine delle case si muoveva l'ombra azzurra del pomeriggio, svoltai verso le pozze di sole e mi ci immersi. A ogni svolta esitavo, incerta sulla direzione da prendere.

    Per diverse ore dimenticai il sogno, si era inabissato, come un sottomarino. Finché, quella sera, in un teatro minuscolo, i ragazzi eseguirono uno dei brani inediti del loro repertorio, Room of mirrors, azionando involontariamente il film nel mio cinema personale, costringendomi a provare qualcosa. Non so bene cosa.

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    La musica di Fornarelli conduceva davvero dentro la stanza degli specchi, lui stesso - mentre mangiavamo involtini vietnamiti, la mattina dopo, vicino a Santa Maria del Mar - mi aveva spiegato la strana sensazione che lo aveva spinto a comporla.
    Fosse stata un sentiero, quella musica, sarebbe stata scoscesa e ondulante.

    Avevo voglia di scriverne, ma per farlo avrei dovuto mettermi a parlare di troppe cose personali.
    Di Tomás, Teresa e Sabina, per esempio, nelle sequenze di un vecchio film di Kaufman. Della prima volta che lessi il romanzo di Kundera da cui mi spararono a turno. Degli anni in cui mi credevo Tomás, di quelli in cui fui Sabina, e dell'amore di Teresa che ora conosco. Di ciò per cui si scavano i romanzi, fino in fondo, spremendo la propria vita su questioni umane, così difficili da raccontare, eppure teneramente consapevoli di essere effimere.
    Una finestra affacciata sulla vertigine.

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    Mentre la ascoltavo, ritrovai le atmosfere di quel sogno: la pioggia battente, la carta, il segreto, persino l'odore. Qualcuno propose di andare a bere da qualche parte, i vicoli pullulavano di maschere e di inglesi ubriachi, pensai alla sequenza del carnevale in "Henry e June".

    Avrei voluto ascoltare ancora la musica - quel varco - che portava dritto nella stanza degli specchi, dove, secondo le previsioni meteo del mio sogno, stava ancora piovendo, sempre.

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    Potevo continuare a guardare la scena del sogno anche mentre mangiavo gelsi camminando nel Mercat de la Boqueria, tra i carrettini dei fiori e le bancarelle della frutta, passando accanto a gruppi di ragazze sorridenti durante l'autoscatto e alle figure di fondo: la venditrice di spezie che pesava il cardamomo, il mimo col viso dipinto di bronzo, una bambina che si voltava un istante a guardarmi con indosso un cappello a forma di fungo.

    Tornai a vagare nei quartieri intorno al Conservatorio anche il giorno dopo, ascoltando le voci dei passanti, l'azzurro stinto negli occhi di un barman che provò a parlarmi mentre mi serviva una tazza di caffé americano, ma io non capivo la sua lingua e fissai i balconi dietro di lui e le intricate balaustre di pietra, simili a enormi foglie di begonia.

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    I passanti non potevano vederlo, ma io indossavo un cappello invisibile. E quel cappello era il sogno. Entrai in un vecchio salone pieno di specchi e sedie girevoli, ero l'unica cliente del mattino e la donna che mi lavò i capelli mi chiamò per tutto il tempo Luisita. Non conoscevo questa Luisita che lei credeva di pettinare.
    Pagai e tornai fuori a guardare la pienezza del cielo lungo la prospettiva che arrivava al Porto Antico, dove una notte, attendendo l'autobus dopo aver mangiato dolci arabi, Laurentaci ci mostrò la statua di Cristoforo Colombo col dito puntato verso il Nuovo Mondo.

    Fu una delle poche volte in cui non lo vidi trascinare il contrabbasso attraverso la città, una ruota della custodia era rotta e il rumore attirava i passanti.
    Spesso qualcuno gli si avvicinava, col volto truccato per il carnevale catalano, domandandogli: "Trasporte un cadàver?". Laurentaci rispondeva di sì, trasportava un cadavere e nella custodia c'era spazio anche per un altro.

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    (Kekko Fornarelli, Dario Congedo, Gianpaolo Laurentaci - Jamboree, Barcellona 2012)

    La sera dopo, presi posto in un angolo buio del Jamboree, il Jazz Club dove il trio di Fornarelli era stato invitato a suonare e finalmente riascoltai Room of mirrors senza lasciarne nemmeno una goccia: il sogno tornò e si dilatò.
    Ci fu persino un momento in cui la dialettica del sogno mi sembrò semplice, elementare, con una sua geometria interna, alla stregua della città che avrei lasciato all'alba insieme a Dario.

    Ma poi il momento passò, la natura del sogno tornò nella sua sensualità più oscura e rimase solo la musica che avevo ascoltato e assimilato, messo da parte sotto il mio cappello invisibile, per le ore di attesa, da trascorrere in aeroporto, quando Dario mi avrebbe detto, come mi disse: "Andiamo".

    luisaruggio@libero.it

    ("Room of mirrors", Kekko Fornarelli)

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