"Orpheus"
(Igor Stravinsky)
"Il mestiere di scrivere è la capacità di far dire al lettore: L'avrei detto anch'io, ma non sono riuscito a essere così bambino."
(Orhan Pamuk, "Altri colori")

Scrivo da quando ero bambina, ed esattamente dalla sera in cui mio padre tornò da un viaggio con due regali per me: un disco di Stravinsky e un diario senza righe. O almeno così ricordo.
Vedo ancora - distintamente - il colore esatto del pescheto sul quale si apriva la finestra della stanza in cui eravamo quando ho sfogliato per la prima volta quelle pagine pulite.
A scuola, la maestra ci insegnava a non superare i bordi, a stare nelle righe senza mai uscire dai margini. Non sapeva che a casa mia c'era un teppista, uno che aveva fatto saltare le righe con un dono.

La prima cosa che mi ha colpito, appena ho cominciato a intuire dove finiva il nostro giardino e dove cominciava la prateria, è stata l'assenza di sentieri nell'erba alta.
Camminare dentro quel verdegiallo che mi arrivava alle spalle, e cominciare a scrivere qualcosa - senza mai sapere esattamente cosa - su un foglio senza righe, mi procurava un piacere, una lietezza febbrile, preferibile a tutto.
Questo piacere è cresciuto in me fino a farmi sentire invasa da molti destini.

C'erano nella mia mente un'infinità di giocattoli, erano le storie che ascoltavo e assorbivo, i semplici dialoghi degli adulti, oppure le conversazioni nei portoni, e quello che cominciavo a scegliere di leggere chiudendomi a chiave dentro una stanza o portandomi appresso un libro illustrato, nel mare d'erba che ondeggiava dietro la diga del sambuco.
Da allora, quando vedo un sambuco fiorito mi prende un'eccitazione infantile. Mi viene voglia di andarmi a stendere sulla nuda terra e disertare tutti gli appuntamenti, non arrivare più dove sono attesa.

Spesso veniva a farci visita mio nonno paterno, restavo per ore sotto il pergolato a pulire baccelli di piselli ascoltandolo raccontare.
A differenza della nonna materna, Melina, che non sapendo leggere né scrivere mi ha ripetuto per tutta la vita le storie del focolare - così come le ricorda, si capisce, passandole ogni volta al montaggio - lui mi parlava di fatti veri o verosimili che erano accaduti tanto tempo prima. Fatti avvolti da una nebbia indaco che mi veniva incontro attraverso le sue parole.

In comune, quelle favole e quei fatti, avevano un che di misterioso, come la prateria e i fogli senza righe. Forse perché non si riusciva mai a capire cosa determinasse cosa, il perché dell'ape vicino al rampicante lilla, il perché di un transatlantico affondato proprio come il fantasma della mia bisnonna aveva anticipato a suo figlio durante una chiacchierata impossibile.
Spesso i miei narratori involontari dimenticavano la mia età, smettevano di vedermi, e parlavano a se stessi o agli spiriti. Allora i mondi nascosti dietro quei cancelli umani si spalancavano di colpo e mi si sversavano dentro, intensi, come pioggia attraverso una grondaia.

Ognuno aveva dei segreti, e quei segreti erano l'indizio e la cartografia delle loro vite interiori. Mettendo insieme la rotta indicata da quelle vite invisibili e ininfluenti ho cominciato a fare la cosa che mi collega alla mia e che mi rende felice, libera di vagabondare e più viva: scrivere.
Lavoro sulla mia pagina ogni giorno, così come ci si deve addormentare ogni giorno, mi è necessario, e quando perdo un giorno di scrittura comincio a sentirmi male, divento un'ombra, comincio ad agitarmi, soffro. I giorni peggiori sono quelli senza pagine, allora sono senza speranza, resto chiusa fuori dai mondi che creo e alimento e m'incazzo.
Quando tutto sembra perduto e la vita è troppo dura e non riesco a tornare dentro la mia pagina, penso al disco che mio padre mi regalò insieme ai fogli senza righe.
Igor Stravinsky, Orpheus.

Cerco quella musica attraverso gli auricolari, ovunque io sia e qualunque cosa io stia facendo, Orpheus attenua sensibilmente la distanza tra me e il momento in cui potrò tornare alla mia scrivania e finalmente virare.
Le favole mi hanno insegnato a virare, poi sono venuti i racconti e quindi i romanzi.
Quando ho pubblicato il mio primo romanzo, Afra, avevo ventisei anni e mi ero ritirata dal mondo, pur facendone parte. Vivevo in un piccolo appartamento confinante con un vecchio cinema di quartiere ora chiuso che d'estate funzionava come arena.
Avevo preso in affitto quell'appartamento soltanto per sentire i dialoghi dei film filtrare attraverso il pozzo luce dove stendevo il bucato, dialoghi che arrivavano verso sera insieme al suono della pioggia o delle rondini.

Vivevo con un gatto e lavoravo ai capitoli principalmente di notte, mentre di giorno venivo mangiata dalla balena e restavo nello stomaco delle redazioni di provincia, dietro le quinte dei teatri, nei posti dove mi spedivo a intervistare qualcuno che mi rapiva per una manciata di minuti o mai.
Spesso, quando la sveglia del mattino cominciava a suonare, io ero ancora seduta a scrivere; mi facevo una doccia, preparavo il caffè e poi uscivo senza aver dormito. In queste condizioni ho scritto tutti i miei libri, tutti i miei racconti, tutti i miei post, tutte le mie lettere d'amore dall'ignoto destinatario, o forse dall'ignoto mittente.

Ed è così che sto finendo di scrivere un altro romanzo, senza pensare alle conseguenze. Senza preoccuparmi di niente, senza pensare a ciò che potrei farne quando sarà finito. Non ha importanza. Tutto è diventato semplice, e questo provoca in me una certa tenerezza. Per la vita, per la mia specie.
Perché scrivo romanzi? Perché mi prendo questo disturbo? A chi importa, a che serve? Queste domande mi rivelano più di un segreto sulla condizione umana. Forse scrivere è il momento più radicale della mia vita, forse per questo ho sempre dato molta importanza alle lettere ricevute, le confessioni intime di quanti alimentano la convinzione di non poter dire qualcosa altrimenti.

A un certo punto, dentro le parole, si è individui, fuori dall'ipnosi del reale. Perciò nella scrittura c'è la morte, la morte rende possibile la fatica di scrivere un romanzo. Non altro.
La morte e l'amore rendono possibile questa disobbedienza, questa lunga partita senza punteggio, senza scopo e che non salva proprio da niente, non esclude niente.
Una volta questo pensiero mi tormentava, ero più giovane e la rabbia mi rendeva spavalda, ora è malinconia, consapevolezza. Tutto il resto fa parte di un mestiere artigianale e mal retribuito, come ce ne sono tanti, fomentati probabilmente dalle stesse domande, una disciplinata ossessione.

Tuttavia, non riesco a smettere di credere che nel mestiere di scrivere si verifichi una calamità umana. Infinita e frammentaria come il mondo che la esprime, un mondo altrimenti invisibile e oscuro, irraggiungibile.
Durante il giorno, tutti ne avvertono il brusio, come quello di una città, ma senza riuscire a isolarne le voci, c'è troppa furia, troppa vita, bisogna concentrarsi molto.
Bisogna essere molto vecchi e molto bambini, insieme. Bisogna diventare innocenti, appena nati e quasi morti. Senza sentieri, senza righe.
(Orpheus, Stravinsky)

















































































































